XXXIV DOMENICA PER ANNUM
FESTA DI CRISTO RE
I Lettura: Dan7, 13-14 II Lettura:
Ap 1,5-8 Vangelo: Gv 18,33b-37
Per comprendere appieno il significato della regalità di Cristo, occorre
innanzitutto distaccarci dalla
comprensione che abbiamo dei re della
terra: di quelli odierni e di quelli del passato. Dichiarandosi Re, Gesù
afferma subito “ il mio regno non è di questo mondo” perciò la Sua regalità ha un’altra
origine e un altro significato da quello politico anche se può e deve essere un
modello al quale i re della terra dovrebbero guardare per comprendere quale sia
l’essenza della propria missione.
Il brano del Vangelo che ora esamineremo è tratto dal Vangelo di Giovanni (
il IV Vangelo ): è il momento della sconfitta, del fallimento di Gesù, “l’ora
delle tenebre”, eppure proprio in questo momento Gesù afferma di essere Re.
Il racconto del IV Vangelo è una
rivelazione progressiva della divinità di Gesù: Gesù manifesta la sua divinità
non solo con i miracoli, ma anche e soprattutto con la sua parola. Nel cap. 8
Gesù si rivela come l “ IO SONO” ( cfr. Gv 8, 24. 28. 58 ) ; “io sono”
indica il nome divino con cui il signore si è rivelato a Mosè. Perciò qui Gesù
si proclama come vero Dio, come il Padre. Ma per esplicitare la sua identità e
la sua missione, Gesù si identifica con le sue varie funzioni usando
l’espressione “ io sono” che sottende, come abbiamo detto, la sua natura
divina: Egli è la luce del mondo (8,12 e 9,1 ss), la resurrezione e
la vita ( 11,1ss.), la porta della vita e il pastore del gregge
(10,1 ss.), l’unica via per giungere al Padre (14,1ss.),il datore
dello Spirito di verità (16,7 ss.). Queste affermazioni da parte di Gesù,
conducono a quella contenuta nel brano odierno “tu lo dici, io sono re” che costituisce così il
completamento e il vertice di tutte le affermazioni precedenti con cui Gesù ha
voluto esplicitare la sua identità e la sua missione. Ma per scoprire questo
vertice della sua identità nel dichiarare apertamente di essere re, Gesù ha
scelto il momento della sua estrema umiliazione, del suo ( apparente )
fallimento: condannato e tradito dai giudei e disprezzato dai soldati romani,
sapendo di andare incontro a una morte infame, riserbata ai malfattori.
Ma ciò che Gesù in questo momento della sua vita terrena dichiara apertamente,
è già stato annunciato nel corso dei Vangeli. Luca, all’inizio del suo
vangelo (1, 32-33 ), narra l’episodio dell’Annunciazione a Maria da parte
dell’Angelo:”Ecco concepirai un figlio e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà
chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di David suo
padre e regnerà per sempre sulla casa di
Giacobbe e il suo regno non avrà fine”.
Matteo narra l’episodio
dei Magi venuti dall’oriente in ricerca di Gesù:”Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei?...” ( Mt 2,2 ) : dei
pagani lo riconoscono subito come re , un re da adorare!...
Lungo il Vangelo di Giovanni ritorna questo motivo della regalità di Gesù :
Natanaele afferma dopo il suo colloquio con Gesù: “Rabbì, tu sei il Figlio di
Dio, tu sei il re d’Israele!” (Gv 1,
49). Quando Gesù entra in Gerusalemme
per affrontare la propria condanna, la folla lo
accoglie festante gridando:”Osanna! Benedetto colui che viene nel nome
del Signore, il re d’Israele!” (Gv 12,13).
E’ dunque in questo momento drammatico , di debolezza estrema, in cui Gesù
accetta di sottomettersi al giudizio di un tribunale pagano, esplode il vertice
della rivelazione che Gesù fa di se stesso di essere re, manifesta questa sua
regalità servendosi degli “scherni” del pretore romano Pilato e dei suoi
soldati. Paradossalmente infatti è proprio Pilato a presentarlo alla folla dei
giudei:”Ecco il vostro re” dopo averlo fatto incoronare di spine e rivestirlo
del manto regale, e fatto sedere sul Litostroto ( Pilato fa sedere Gesù al suo
posto, ancora rivestito delle insegne regali, da dove, dominando la folla, il
Nazareno da accusato diventa giudice). Giovanni narra con accuratezza tutti
questi particolari perché vede in tale scena un’autentica proclamazione della
regalità di Cristo da parte dei pagani; proprio da questi Gesù viene
riconosciuto, in modo paradossale, come il Messia regale atteso dal popolo
ebraico.
E’ da notare inoltre come Giovanni presenta nel dialogo con Gesù l’uomo
Pilato, che qui rappresenta tutto il mondo pagano ( di ieri come di oggi ), che
non può (e non vuole) comprendere il linguaggio di Gesù, la sua missione, lo
scopo del suo agire: Gesù afferma:”..io sono re … il mio regno non è di questo
mondo … per questo sono nato e per questo sono venuto nel mondo per rendere
testimonianza alla verità …. gli dice Pilato: che cos’è la verità?. Detto
questo, uscì di nuovo verso i Giudei …” (v.31). Il discorso di Gesù è troppo
alto, troppo scomodo, troppo lontano e Pilato rifiuta di entrare in
dialogo con Gesù, gira le spalle
rifiutando di attendere una risposta; per cui vuol liberare Gesù per liberare
se stesso da un peso, dal rischio di essere coinvolto in un discorso che va
oltre il proprio orizzonte.
Il processo però finirà con la condanna a morte inflitta dai pagani (ma
richiesta fortemente dai giudei ). Il genere di morte inflitto a Gesù assume
un’importanza particolare agli occhi di s. Giovanni perché vede in essa un
significato simbolico. Gesù, messo a morte con la complicità dei Romani, fu
crocefisso, cioè “innalzato” su una croce. Per questo motivo, quando
Gesù allude alla propria morte, non dice che sarà “crocefisso”, ma che sarà
innalzato ( cfr. Gv 3,14; 8,28; 12,32 ). La croce serve quindi da trampolino a
Gesù per lanciarsi verso Dio che l’attende e vuole istituirlo re del popolo nuovo.
(Ap 1,4-6).
Il finale di questa complessa e drammatica scena, si conclude con un vero
“paradosso”: il condannato Gesù ne esce vittorioso con tutti i segni di una
investitura regale; Pilato, è lo sconfitto nella sua incertezza nella sua
incomprensione di fronte al mistero di
cui è stato protagonista inconsapevolmente.
La seconda lettura di questa domenica è tratta dall’Apocalisse, un altro
scritto giovanneo dove , in sintonia con la prospettiva del IV Vangelo, Gesù
possiede ed esercita la dignità regale in quanto condivide con il Padre il
dominio della creazione, egli è il “sovrano dei re della terra”(Ap 5,6), ma
tale definizione non è basata solo su una sua vittoria sui re: essa ha il suo
fondamento nel fatto che egli è “colui che ci ama e che ci ha sciolti dai
nostri peccati con il suo sangue e che ha fatto di noi un regno, sacerdoti per
il suo Dio e Padre… ”(Ap 1,5-6). L’instaurazione del Regno coinvolge perciò
direttamente i cristiani, i quali per opera di Gesù Cristo, sono già “regno,
sacerdoti a Dio e Padre suo” (Ap 1,6). Il regno è diventato già realtà concreta
nella vita dei cristiani. (Ap 5,10ss; 7,15; 20,4.6; 22,3ss.). Il regno di Dio e
di Cristo è espresso ed esercitato non sugli
uomini, ma negli uomini. Associati
alla resurrezione di Cristo, quindi, i cristiani regnano già su questa terra. “
Il vincitore lo farò sedere con me nel mio trono, come io ho vinto e mi sono
assiso con il Padre mio nel suo trono” (Ap 3,21): l’intimità con Dio si consuma
nel suo trono, il trono ci ha riportato all’intimità della vita trinitaria; al
vincitore Cristo non promette un suo trono autonomo e indipendente, ma lo farà
sedere con lui sul suo proprio trono.
La parabola del cristiano, il suo cammino terreno è quindi guidata da Gesù,
dalla sua parola e soprattutto dalla sua vita che per noi è modello sul quale
conformare la nostra. Con il battesimo esso diviene re profeta e sacerdote:
sono i doni che il sacramento del Battesimo pone in ciascuno di noi come germe; germe destinato a crescere
mediante la forza della Parola e degli altri sacramenti, alimento
indispensabile per giungere a una completa maturazione. Così il cristiano potrà
fare della propria vita, unita alla Pasqua di Cristo, un dono a Dio e ai
fratelli. Sarà così il vincitore pronto a occupare il posto, riservatogli dal
Signore della storia, sul seggio regale per giudicare, con l’Agnello immolato,
tutta la storia, leggendola come storia di salvezza e cantare in coro con tutti
gli eletti l’alleluia in eterno.
IL SIGNORE REGNA,
SI RIVESTE DI SPLENDORE.
Il Signore regna, si riveste di maestà:
si riveste il Signore, si cinge di forza.
E’ stabile il mondo, non potrà vacillare
Stabile è il tuo trono da sempre,
dall’eternità tu sei.
Davvero degni di fede i tuoi insegnamenti!
La santità si addice alla tua casa
Per la durata dei giorni, Signore.
PREGHIAMO: O Dio, fonte di ogni
paternità, che hai mandato il tuo Figlio per farci partecipi del tuo sacerdozio
regale, illumina il nostro spirito, perché comprendiamo che servire è regnare,
e con la vita donata ai fratelli confessiamo la nostra fedeltà a Cristo,
primogenito dei morti e dominatore di tutti i potenti della terra. Amen.
Per la riflessione : Gv 3,14 ; 8,28-29 ; 12, 32-33 ; Ap 5, 9-10 ; 11,15 ; 17,14 ; 19, 6-8 ; 20, 4-6 ;
22,3-6.
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