giovedì 11 ottobre 2012

VARCARE LA PORTA DELLA FEDE p. Bartolomeo Sorge S.I.


VARCARE LA PORTA DELLA FEDE

p. Bartolomeo Sorge S.I.


Nel 50° anniversario dell’inizio del Concilio Vaticano II, Benedetto XVI ha voluto che il 2013 sia L’Anno della Fede. L’importanza di questa decisione appare dall’immagine stessa, presa dalla Bibbia, di cui il Papa si è servito per annunciarla. La fede – ha scritto nel motu proprio d’indizione – è la porta «che introduce alla vita di comunione con Dio e permette l’ingresso nella sua Chiesa». In altre parole, la fede è la porta della vita cristiana. Purtroppo oggi a molti essa appare chiusa. Invece – insiste il Papa – la porta della fede e della Chiesa «è sempre aperta». A tutti.
Può essere utile, perciò, rispondere ad alcune domande di fondo che spesso trattengono molti dal credere, convinti erroneamente che per loro la porta della fede sia chiusa. Dio c’è davvero?, si chiedono. E io lo posso conoscere? Lo posso incontrare? Sì, risponde il Papa, ma per sperimentarlo, occorre avere il coraggio di varcare la porta della fede. Chiariamo, dunque, queste domande di fondo: 1) l’uomo come conosce? 2) si può conoscere Dio? 3) come varcare la porta della fede?

1. L’uomo come conosce?

Ciascuno di noi ha due modi di conoscere. La prima forma è «immediata», quando l’oggetto conosciuto è proporzionato alla facoltà con cui lo conosco. Ciò è vero nella conoscenza sensitiva: per esempio, io vedo i colori, gli alberi, le case, le persone che incontro per strada… Li vedo e li conosco immediatamente, perché sono tutti oggetti proporzionati alla mia facoltà visiva. La loro conoscenza, perciò, mi è evidente. Non devo fare nessun ragionamento per convincermi che il sole splende! La stessa cosa si deve dire della conoscenza intellettuale: che “due più due fa quattro” è una verità evidente, perché il calcolo aritmetico è proporzionato alla mia intelligenza.
Dunque, quando l’oggetto è proporzionato alla mia facoltà sensitiva o intellettiva, la conoscenza che ne ho è immediata, evidente, senza dubbi.
Abbiamo, però, anche un’altra forma di conoscenza, che non è immediata, ma «mediata» o «per segno»: cioè, vedo una cosa (per esempio, il fumo), ma questa cosa me ne fa conoscere un’altra, di cui è segno (il fuoco). Io il fuoco non lo vedo, ma vedendo il fumo, che ne è il segno, penso che vi sia il fuoco.
Questa seconda forma di conoscenza, essendo «mediata», non è evidente come la prima, perché qui mi posso sbagliare nell’interpretare il segno (il fumo potrebbe essere dovuto a una reazione chimica…); quindi è soggetta al dubbio. Forse l’esempio migliore è quello della «parola». La parola è un suono (è aria battuta…), ma è «segno» dell’idea, che esprime. Il suono della parola è evidente al mio udito (perché è un oggetto proporzionato alla facoltà uditiva), ma non è evidente l’idea che esso contiene. Infatti, per conoscere l’idea contenuta nella parola, ho bisogno di una facoltà superiore – l’intelligenza (intus legere= leggere dentro) – , che mi consenta di «comprendere» il segno. Solo con l’intelligenza, posso conoscere l’idea contenuta nella parola, ma questa conoscenza non sarà mai evidente; sarà sempre una conoscenza «mediata», esposta al dubbio («leggendo» il segno, posso sbagliarmi).

  

2. Si può conoscere Dio?

Dio nessuno l’ha mai visto, né potrà mai essere conosciuto immediatamente da nessuna creatura. Infatti, la creatura è, per definizione, limitata e finita. Dio, invece, essendo increato ed eterno, è di natura sua illimitato e infinito. L’infinito, quindi, non può, essere un oggetto di conoscenza proporzionato ai sensi e all’intelligenza umana. Se ciò fosse, Dio non sarebbe più Dio. Perciò, qui sulla terra, non possiamo conoscere Dio in modo immediato, evidente e senza dubbi, ma solo in forma mediata, grazie cioè ai «segni», attraverso cui egli si rivela. Di conseguenza, anche credendo, avrò sempre dubbi… Neppure Mosè, che parlava con Dio come un uomo parla a un altro uomo, ha potuto vederlo. Un giorno egli chiese al Signore: «Mostrami la tua gloria». «Passerò davanti a te – gli rispose Dio – ma non potrai vedere il mio volto. Nessun uomo può vedermi […] vedrai le mie spalle, ma il mio volto non lo si può vedere» (Es 33, 18ss).
Ciononostante, Dio, invisibile e inafferrabile, ha parlato e parla. Le sue parole sono state raccolte nei libri che compongono la Sacra Scrittura. Da questa sappiamo che egli ha creato il mondo e l’uomo, che ha dettato la «legge» al popolo eletto, che nei secoli ha parlato attraverso i Profeti e ha manifestato agli uomini la sua Sapienza, che da ultimo, ai nostri giorni, egli ha parlato attraverso Cristo, sua Parola vivente.
Il Concilio Vaticano II riassume così: «Piacque a Dio nella sua bontà e sapienza rivelare se stesso e manifestare il mistero della sua volontà, mediante il quale gli uomini per mezzo di Cristo, Verbo fatto carne, nello Spirito Santo hanno accesso al Padre e sono resi partecipi della divina natura. Con questa rivelazione, infatti, Dio invisibile nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici e si intrattiene con essi per invitarli e ammetterli alla comunione con Sé» (Dei Verbum, n. 2).

3. Come varcare la porta  della fede?

A questo punto è chiaro che, per conoscere Dio che si rivela e per capire che cosa ci vuol dire con la sua Parola, l’intelligenza e i sensi umani da soli non bastano, perché non sono proporzionati all’oggetto. Per conoscere Dio che si rivela occorre la «Fede» che rafforzi la nostra intelligenza naturale e la renda capace di «leggere i segni» (primo fra tutti, la sua Parola).
In questo senso la fede è come una porta, che è necessario varcare per conoscere Dio. Ora, la fede è anzitutto un atto di volontà, prima ancora che un atto di intelligenza. O meglio – come avviene anche sul piano naturale –, la fede è una primissima forma di conoscenza. Il bambino comincia a conoscere attraverso la fede nella mamma; poi, crescendo, capirà. Lo studente impara credendo (cioè, avendo fede) nel maestro; poi con l’intelligenza rafforzerà quanto ha imparato credendo. L’infermo ha fede, si fida del medico, anche quando non comprende le ragioni della diagnosi e della terapia che gli prescrive.
La stessa cosa avviene nei confronti di Dio che si rivela: dapprima lo conosco credendo alla sua Parola (la fede è la porta); la comprensione crescerà in seguito. Per credere, cioè, non devo prima capire; ma prima credo, per poter poi comprendere. Certo – spiega il Concilio –, per poter credere abbiamo bisogno della grazia di Dio e degli aiuti dello Spirito Santo, ma il “Sì” della fede (varcare la porta) è un atto libero della mia volontà, come il “Sì” di Maria alla Parola dell’Angelo. «A Dio che si rivela – afferma la Dei Verbum, n. 5 - è dovuta l’obbedienza della fede (cfr Rom 16,26), con la quale l’uomo si abbandona a Dio tutt’intero liberamente prestandogli “il pieno ossequio dell’intelletto e della volontà e acconsentendo volontariamente alla rivelazione data da Lui. Perché si possa prestare questa fede, è necessaria la grazia di Dio che previene e soccorre e gli aiuti interiori dello Spirito Santo, il quale muova il cuore e lo rivolga a Dio, apra gli occhi della mente, e dia a tutti dolcezza nel consentire e nel credere alla verità».
Detto in altre parole, varcare la porta della fede è una grazia, un dono. Dio offre a tutti questo dono, ma tocca a ciascuno di noi accettarlo liberamente. Nessuno è obbligato a credere, a varcare la porta. La fede non si può mai imporre a nessuno. Sarà sempre un atto di libertà e di amore, al quale, però, ci possiamo disporre con il desiderio e con la preghiera per ottenere gli aiuti interiori dello Spirito, necessari a credere.
Ecco perché – all’inizio del 2013 – l’Apostolato della preghiera invita a pregare, affinché «in questo “anno della fede” i cristiani possano approfondire la conoscenza del mistero di Cristo e testimoniare con gioia il dono della fede in Lui».


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