VARCARE
LA PORTA DELLA FEDE
p.
Bartolomeo Sorge S.I.
Nel 50° anniversario dell’inizio del Concilio
Vaticano II, Benedetto XVI ha voluto che il 2013 sia L’Anno della Fede. L’importanza di questa decisione appare
dall’immagine stessa, presa dalla Bibbia, di cui il Papa si è servito per
annunciarla. La fede – ha scritto nel motu
proprio d’indizione – è la porta
«che introduce alla vita di comunione con Dio e permette l’ingresso nella sua
Chiesa». In altre parole, la fede è la porta
della vita cristiana. Purtroppo oggi a molti essa appare chiusa. Invece –
insiste il Papa – la porta della fede
e della Chiesa «è sempre aperta». A tutti.
Può essere utile, perciò, rispondere ad alcune
domande di fondo che spesso trattengono molti dal credere, convinti erroneamente
che per loro la porta della fede sia
chiusa. Dio c’è davvero?, si chiedono. E io lo posso conoscere? Lo posso
incontrare? Sì, risponde il Papa, ma per sperimentarlo, occorre avere il
coraggio di varcare la porta della
fede. Chiariamo, dunque, queste domande di fondo: 1) l’uomo come conosce? 2) si
può conoscere Dio? 3) come varcare la porta
della fede?
1. L’uomo come conosce?
Ciascuno di noi ha due modi di
conoscere. La prima forma è «immediata», quando l’oggetto conosciuto è
proporzionato alla facoltà con cui lo conosco. Ciò è vero nella conoscenza
sensitiva: per esempio, io vedo i colori, gli alberi, le case, le persone che
incontro per strada… Li vedo e li conosco immediatamente, perché sono tutti
oggetti proporzionati alla mia facoltà visiva. La loro conoscenza, perciò, mi è
evidente. Non devo fare nessun ragionamento per convincermi che il sole
splende! La stessa cosa si deve dire della conoscenza intellettuale: che “due
più due fa quattro” è una verità evidente, perché il calcolo aritmetico è proporzionato
alla mia intelligenza.
Dunque, quando l’oggetto è proporzionato alla
mia facoltà sensitiva o intellettiva, la conoscenza che ne ho è immediata,
evidente, senza dubbi.
Abbiamo, però, anche un’altra forma di
conoscenza, che non è immediata, ma «mediata» o «per segno»: cioè, vedo una
cosa (per esempio, il fumo), ma questa cosa me ne fa conoscere un’altra, di cui
è segno (il fuoco). Io il fuoco non lo vedo, ma vedendo il fumo, che ne è il
segno, penso che vi sia il fuoco.
Questa seconda forma di conoscenza, essendo
«mediata», non è evidente come la prima, perché qui mi posso sbagliare
nell’interpretare il segno (il fumo potrebbe essere dovuto a una reazione
chimica…); quindi è soggetta al dubbio. Forse l’esempio migliore è quello della
«parola». La parola è un suono (è aria battuta…), ma è «segno» dell’idea, che
esprime. Il suono della parola è evidente al mio udito (perché è un oggetto
proporzionato alla facoltà uditiva), ma non è evidente l’idea che esso
contiene. Infatti, per conoscere l’idea contenuta nella parola, ho bisogno di
una facoltà superiore – l’intelligenza (intus
legere= leggere dentro) – , che mi consenta di «comprendere» il segno. Solo
con l’intelligenza, posso conoscere l’idea contenuta nella parola, ma questa
conoscenza non sarà mai evidente; sarà sempre una conoscenza «mediata», esposta
al dubbio («leggendo» il segno, posso sbagliarmi).
2. Si può conoscere Dio?
Dio nessuno l’ha mai visto, né potrà mai essere
conosciuto immediatamente da nessuna creatura. Infatti, la creatura è, per definizione,
limitata e finita. Dio, invece, essendo increato ed eterno, è di natura sua
illimitato e infinito. L’infinito, quindi, non può, essere un oggetto di
conoscenza proporzionato ai sensi e all’intelligenza umana. Se ciò fosse, Dio
non sarebbe più Dio. Perciò, qui sulla terra, non possiamo conoscere Dio in
modo immediato, evidente e senza dubbi, ma solo in forma mediata, grazie cioè
ai «segni», attraverso cui egli si rivela. Di conseguenza, anche credendo, avrò
sempre dubbi… Neppure Mosè, che parlava con Dio come un uomo parla a un altro
uomo, ha potuto vederlo. Un giorno egli chiese al Signore: «Mostrami la tua
gloria». «Passerò davanti a te – gli rispose Dio – ma non potrai vedere il mio
volto. Nessun uomo può vedermi […] vedrai le mie spalle, ma il mio volto non lo
si può vedere» (Es 33, 18ss).
Ciononostante, Dio, invisibile e inafferrabile,
ha parlato e parla. Le sue parole sono state raccolte nei libri che compongono la Sacra Scrittura.
Da questa sappiamo che egli ha creato il mondo e l’uomo, che ha dettato la
«legge» al popolo eletto, che nei secoli ha parlato attraverso i Profeti e ha
manifestato agli uomini la sua Sapienza, che da ultimo, ai nostri giorni, egli
ha parlato attraverso Cristo, sua Parola vivente.
Il Concilio Vaticano II riassume così: «Piacque
a Dio nella sua bontà e sapienza rivelare se stesso e manifestare il mistero
della sua volontà, mediante il quale gli uomini per mezzo di Cristo, Verbo
fatto carne, nello Spirito Santo hanno accesso al Padre e sono resi partecipi
della divina natura. Con questa rivelazione, infatti, Dio invisibile nel suo
grande amore parla agli uomini come ad amici e si intrattiene con essi per
invitarli e ammetterli alla comunione con Sé» (Dei Verbum, n. 2).
3. Come varcare la porta della fede?
A questo punto è chiaro che, per conoscere Dio
che si rivela e per capire che cosa ci vuol dire con la sua Parola,
l’intelligenza e i sensi umani da soli non bastano, perché non sono
proporzionati all’oggetto. Per conoscere Dio che si rivela occorre la «Fede»
che rafforzi la nostra intelligenza naturale e la renda capace di «leggere i
segni» (primo fra tutti, la sua Parola).
In questo senso la fede è come una porta, che è necessario varcare per
conoscere Dio. Ora, la fede è anzitutto un atto di volontà, prima ancora che un
atto di intelligenza. O meglio – come avviene anche sul piano naturale –, la
fede è una primissima forma di conoscenza. Il bambino comincia a conoscere
attraverso la fede nella mamma; poi, crescendo, capirà. Lo studente impara
credendo (cioè, avendo fede) nel maestro; poi con l’intelligenza rafforzerà
quanto ha imparato credendo. L’infermo ha fede, si fida del medico, anche
quando non comprende le ragioni della diagnosi e della terapia che gli
prescrive.
La stessa cosa avviene nei confronti di Dio che
si rivela: dapprima lo conosco credendo alla sua Parola (la fede è la porta); la comprensione crescerà in
seguito. Per credere, cioè, non devo prima capire; ma prima credo, per poter
poi comprendere. Certo – spiega il Concilio –, per poter credere abbiamo
bisogno della grazia di Dio e degli aiuti dello Spirito Santo, ma il “Sì” della
fede (varcare la porta) è un atto
libero della mia volontà, come il “Sì” di Maria alla Parola dell’Angelo. «A Dio
che si rivela – afferma la Dei Verbum , n. 5 - è dovuta l’obbedienza della fede (cfr Rom 16,26), con la quale l’uomo si abbandona a Dio tutt’intero
liberamente prestandogli “il pieno ossequio dell’intelletto e della volontà e
acconsentendo volontariamente alla rivelazione data da Lui. Perché si possa
prestare questa fede, è necessaria la grazia di Dio che previene e soccorre e
gli aiuti interiori dello Spirito Santo, il quale muova il cuore e lo rivolga a
Dio, apra gli occhi della mente, e dia a tutti dolcezza nel consentire e nel
credere alla verità».
Detto in altre parole, varcare la porta della fede è una grazia, un dono.
Dio offre a tutti questo dono, ma tocca a ciascuno di noi accettarlo
liberamente. Nessuno è obbligato a credere, a varcare la porta. La fede non si può mai imporre a nessuno. Sarà sempre un
atto di libertà e di amore, al quale, però, ci possiamo disporre con il
desiderio e con la preghiera per ottenere gli aiuti interiori dello Spirito,
necessari a credere.
Ecco perché – all’inizio del 2013 – l’Apostolato della preghiera invita a
pregare, affinché «in questo “anno della fede” i cristiani possano approfondire
la conoscenza del mistero di Cristo e testimoniare con gioia il dono della fede
in Lui».
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