giovedì 10 maggio 2012

VI DOMENICA DI PASQUA

VI DOMENICA DI PASQUA

At 10,25-26.34-35.44-48      Salmo 97    1 Gv 4,7-10    Gv 15, 9-17

La Liturgia della Parola di questa VI domenica del Tempo Pasquale è strettamente legata a quella della domenica precedente per la tematica e per la scelta dei testi che sono costituiti dai versetti successivi a quelli ascoltati e meditati nella V domenica.
Mentre infatti la prima lettura ci presenta la conversione di un centurione romano di nome Cornelio dopo l’incontro e l’annuncio di Gesù da parte di Pietro, la seconda lettura e il passo evangelico ci permettono di approfondire la metafora della vite e dei tralci rivelandone il significato vero e profondo.
E’ importante allora tenere ben presente il valore e il senso delle parole di Gesù che si presenta come la vite vera (Gv 15,1) in cui i discepoli devono rimanere, come tralci, per portare frutto; osservando la pianta della vite possiamo notare un particolare significativo: il frutto è portato dal tralcio e non dalla vite il cui tronco sembra sempre secco, asciutto…come Gesù che dona la vita, la linfa vitale, ma poi sono i suoi discepoli, i tralci, a fare e portare il frutto.
Il passo evangelico di questa domenica (vv.9-17) rivela infatti il vero significato della metafora e, attraverso le parole stesse di Gesù, spiega ad ogni discepolo come rimanere nella vite, quale sia il frutto che nasce da questo innesto, chi bisogna imitare…
Una lettura semplice ma attenta del testo ci permette già di evidenziare alcuni elementi importanti e di cogliere la particolarità dello stile del IV Vangelo caratterizzato da un continuo approfondimento dei concetti più importanti per scoprirne il significato più profondo: infatti possiamo notare che ogni parola-chiave di una frase si ripete in quella successiva rivelandone però il senso più nascosto e vero.
Possiamo suddividere il brano in due parti con al centro il v.12 che costituisce contemporaneamente la fine della prima e l’inizio della seconda: il tema dell’amore (agape) rappresenta il concetto centrale, che deve diventare esperienza e testimonianza di vita, attorno a cui ruota tutto l’insegnamento di Gesù e che costituisce il suo comandamento.
Infatti nel v.17 l’amore vicendevole, che proviene da Dio stesso che è amore ed è il segno distintivo di chiunque Lo ha conosciuto (1Gv 4,8), viene lasciato da Gesù come “comandamento” ai suoi discepoli e non come un semplice invito o possibile scelta: “Questo vi comando”, un termine che ricorre in questo passo 5 volte.
Nella prima parte del discorso (vv.9-12) Gesù si presenta come il modello di Colui che ama così come è amato dal Padre, che osserva i Suoi comandamenti, che condivide questo amore con gli altri: ci sono tre paragoni introdotti dalla “come” che invitano il discepolo a entrare nello stesso amore che unisce il Figlio al Padre, rimanendo in esso (v.9).
Noi possiamo amare e osservare i comandamenti, che sono molteplici perché attualizzazione concreta dell’unico comandamento dell’amore, perché, come sottolinea la seconda lettura, “non siamo stati noi ad amare Dio ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati” (1Gv 4,10).
Il frutto di questo amore ricevuto e donato è la gioia che Gesù stesso dona in pienezza (v.11) perché in lui trovano compimento tutte le promesse e ci viene comunicata la vita vera, divina ed eterna: possiamo dire che la gioia è il colore dell’amore.
La seconda parte (v.12-17) rivela il significato più grande e concreto dell’amore, la sua realizzazione massima che consiste nel “dare la vita per i propri amici” (v.13): nei versetti successivi vengono approfonditi questi due termini “dare” e “amici”.
Il verbo “dare” significa letteralmente porre-deporre e viene utilizzato dall’Evangelista Giovanni anche per indicare l’azione di Gesù, buon pastore, che “da la sua vita per riprenderla di nuovo”(10,17) ma anche il suo gesto di deporre le vesti prima di lavare i piedi ai discepoli (13,4): questo ultimo passo spiega in modo semplice ed efficace il vero significato di questo verbo, perché il Maestro si spoglia delle sue vesti per indossare quelle del servo.
Allora i discepoli sono chiamati a deporre, lasciare, dare, affidare tutta la propria vita nelle mani del Padre perché, rimanendo nell’amore, portino frutto: nel v.16 infatti Gesù dice che Lui stesso ha scelto i suoi discepoli e li ha “costituiti” (lett. posti-deposti) per andare e portare l’unico frutto che rimane, cioè quello dell’amore, della carità che “non avrà mai fine” (1Cor13,8).
Infatti il termine “frutto” è sempre al singolare perché, come dice San Paolo, “il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé” (Gal 5,22).
L’amicizia con Gesù consiste allora nel condividere la Sua stessa vita di Figlio, nel “porre”la propria vita a servizio degli altri, rimanendo uniti a Lui, ascoltando la Parola, obbedendo ai comandamenti del Padre, chiedendo a Lui con fiducia ciò di cui abbiamo bisogno (v.16): nel Vangelo di Matteo Gesù chiama Giuda “amico” dopo che lo aveva baciato per farlo arrestare (Mt 26,50) indicando che questo legame di amicizia supera ogni tradimento ed infedeltà.
In questa comunione profonda, lo Spirito Santo, che scende su Cornelio e sugli altri pagani come racconta il passo degli Atti degli Apostoli (At 10, 44-45), diviene allora la linfa vitale che passa da Gesù a noi e ci permette di portare frutto, di vivere la gioia piena e di non seccare.
Come infatti sottolinea la colletta, cioè la preghiera che il celebrante rivolge a Dio a nome di tutta la comunità, solo lo Spirito Santo, che abita e agisce in noi grazie al dono del battesimo, può aiutarci a vivere concretamente il comandamento dell’amore e a dare la nostra vita per i fratelli.


PASSI UTILI PER APPROFONDIRE: Gv 13,34-35; 1Gv 3,11ss; Rm 5,8-10; 1Cor 13,1-13


Salmo 97

Cantate al Signore un canto nuovo,
perché ha compiuto meraviglie.
Gli ha dato vittoria la sua destra
e il suo braccio santo.

Il Signore ha fatto conoscere la sua salvezza,
agli occhi delle genti ha rivelato la sua giustizia.
Egli si è ricordato del suo amore,
della sua fedeltà alla casa d’Israele.

Tutti i confini della terra hanno veduto
la vittoria del nostro Dio.
Acclami il Signore tutta la terra,
gridate, esultate, cantate inni!



Orazione
O Dio che ci hai amati per primo e ci hai donato il tuo Figlio, perché riceviamo la vita per mezzo di lui, fa che nel tuo Spirito impariamo ad amarci gli uni gli altri come lui ci ha amati, fino a dare la vita per i fratelli. 

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