V domenica di Quaresima - B
Liturgia
della Parola: Ger 31,31-34; Sal 50; Eb 5,7-9; Gv 12,20-33
Contesto: il vangelo di questa quinta domenica
di Quaresima ci porta a Gerusalemme alle soglie della Pasqua: ci troviamo
all’interno del capitolo 12, Gesù è già stato a Betania, ricevendo in anticipo
l’unzione per la sua sepoltura e ora si trova a Gerusalemme dopo esservi
entrato acclamato dalla folla (Gv 12,12-25). Col capitolo 13 avrà inizio il
racconto della passione, morte e risurrezione. Giovanni colloca qui in mezzo,
tra l’ingresso a Gerusalemme e il compiersi della Pasqua, il testo che abbiamo
appena ascoltato: ci possiamo chiedere: che significato ha questo testo collocato
qui e che significato ha per noi nel nostro cammino quaresimale verso la Pasqua ?
Testo: il testo inizia presentandoci dei greci
- letteralmente degli ellenisti, cioè tutti coloro che non sono giudei,
tutti gli altri - che si recano da Andrea e Filippo: i due discepoli
hanno nomi greci e forse questo li rende più prossimi a questi uomini e alla
loro ricerca di Gesù, ma soprattutto nel vangelo di Gv sono i due discepoli
della settimana iniziale: in risposta al loro desiderio, “Maestro, dove
abiti?”, hanno ricevuto da Gesù la parola “venite e vedrete” (Gv 1,35-51): è
una parola che non spiega, non dà chiarimenti, ma apre un cammino di vita e di
fede in Gesù: è stando con Gesù, andando con lui dove va lui (venite) che si
potrà vedere (vedrete): vedere nel quarto vangelo è il verbo che esprime
la conoscenza profonda, che viene da una relazione personale, resa possibile
per la fede intesa come adesione personale; per conoscere Gesù è necessario
credere in lui, aderire a lui, alla sua persona e alla sua parola in un cammino
fatto dietro a lui, per scoprire che il cammino è lui stesso (io sono la via:
Gv 14,6). Anche adesso alla domanda di questi greci Gesù non risponde
direttamente facendosi vedere e trovare - la sezione in cui si trova il testo
si chiude significativamente con Gesù che terminato il suo discorso “se ne andò
e si nascose da loro”- ma consegna una parola che se accolta conduce dentro un
cammino di fede che permette di “vedere” Gesù, cioè di accedere alla sua vita
intima. Iniziamo a intuire che senso possa avere per Giovanni - e dunque anche
per noi che entriamo nell’ultima settimana di quaresima, prima della domenica
delle palme - collocare questo vangelo tra l’inizio della settimana che conduce
Gesù alla Pasqua e l’inizio del racconto della Pasqua. L’unzione di Betania
anticipa profeticamente la morte e sepoltura dei Gesù e l’ingresso a
Gerusalemme dà inizio alla sua ferma e libera decisione di entrarvi: la parola
che segue, il vangelo che abbiamo ascoltato, rivela la Pasqua che quei gesti hanno
annunciato profeticamente e nello stesso tempo la annuncia interrogando la fede
e la scelta di tutti, discepoli dell’inizio provenienti dal giudaismo, come
Andrea e Filippo, e ellenisti che si avvicinano a Gesù dal paganesimo. Giovanni
e la liturgia di questa ultima domenica di Quaresima aprono uno spazio di
ascolto e accoglienza della parola della Pasqua perché ognuno possa decidersi
per Gesù ed entrare con lui e dietro a lui nella Pasqua per fare con lui
Pasqua.
Ascoltiamo questa
parola: “è giunta l’ora che sia glorificato il figlio dell’uomo”. L’ora
è l’espressione con cui il vangelo di Gv indica il mistero di passione, morte e
risurrezione di Gesù. E la piccola parabola del seme rivela come lui la
comprenda e viva: Gesù comprende sè stesso e la propria morte come il momento
in cui il seme morendo porta molto frutto, perché lui è come il seme che non
esiste per sè stesso, ma vive per il frutto che è destinato a portare. Gesù
dunque non entra nella morte da solo e non vi resta solo, vi entra per fare
frutto, per attirare tutti a sè. Chi si lascia attirare da Gesù dentro la sua
morte può “vedere”, cioè accedere alla vita intima di Gesù: è il Figlio che dà
la vita, la dà consegnandola al Padre e consegnandola a noi nel dono del suo
Spirito e in questo modo ci fa figli del Padre, abitati dal suo stesso Spirito.
Per Giovanni l’ora di Gesù, che qui è annunciata e che al capitolo 19 viene
narrata, è la consegna che Gesù fa dello Spirito, che è la sua stessa vita, la
vita di cui lui vive. Gesù muore consegnando lo Spirito, la sua vita, e chi
accoglie la sua parola e decide di seguirlo fin dentro la sua morte, riceve in
dono la sua vita il suo Spirito. Questo è il frutto che fa Gesù morendo e per
questo non muore restando solo, ma attirando tutti a sè, discepoli della
settimana iniziale e greci dell’ultima settimana.
L’ora della morte è
dunque l’ora del frutto, della nostra nascita alla vita nuova dei figli (la
vita eterna del v.25) ed è anche l’ora della sua gloria: Giovanni accumula
immagini e significati che si richiamano e si approfondiscono: l’ora della
morte è l’ora del seme che dà vita e fa frutto in tutti coloro che attira a sè,
ma è anche l’ora della glorificazione del Figlio: è lì che Gesù è manifestato
nella sua gloria di Figlio, rivelato Figlio: il Figlio è colui che tutto
attende dal Padre e per questo entra nella morte con piena fiducia di ricevere
la vita anche nella morte. Gesù entra nella morte da Figlio, avendo sulle
labbra la preghiera del Figlio che ama e cerca il Padre: “Ora l’anima mia è
turbata e cosa devo dire? Padre, salvami da quest’ora? Ma per questo sono
giunto a quest’ora. Padre glorifica il tuo nome”. Giovanni traferisce qui la
preghiera che nei sinottici troviamo nel’ora della lotta del Gestemani e le fa
seguire, come in una risposta, la parola che viene dal cielo, dal Padre, che i
sinottici collocano nell’episodio della trasfigurazione sul Tabor: “venne una
voce dal cielo, l’ho glorificato e ancora lo glorificherò”. E’ una parola che
viene per i presenti, a confermare che proprio nell’ora della morte si
manifesta e rivela il Figlio del Padre.
E’ qui che si può
vedere Gesù. Vedono Gesù coloro che accolgono la parola del seme che muore, una
parola che trasforma il nostro sguardo sulla misura di quello del Figlio, per
renderci capaci di vedere la morte di Gesù come la vede lui e rinoscere nel suo
volto di innalzato sulla croce il volto del Figlio.
Vedono Gesù coloro che
per la fede in questa parola entrano con lui nella sua ora e ricevendo in dono
il frutto della sua morte, il dono dello Spirito, fanno Pasqua, iniziano cioè a
vivere una vita da figli, capaci a loro volta di dare la propria vita così come
la dà il Figlio: “chi ama la sua vita, se uno mi vuol servire, mi segua e dove
sono io là sarà anche il mio servo”.
La parola di questa
domenica incontra il nostro desiderio di vedere e conoscere Gesù e ci apre un
cammino che ci conduce fin dentro la Pasqua. Ci chiede fede e disponibilità del cuore
ad accoglierla, perché il frutto della Pasqua di Cristo in noi sia abbondante.
Per leggere la
parola con la parola:
Gv 1,35-51 (i primi discepoli); Gv 19,28-30 (l’ora di Gesù); Mt 16,21-28;
20,17-28 (primo e terzo annuncio della passione); Mt 26,36-46 (la preghiera al
Gestemani); Mt 17, 1-8 (la trasfigurazione sul Tabor)
Condivisione
dal salmo 50
Pietà di me o Dio, nel tuo amore;
nella tua grande misericordia cancella la mia iniquità.
Lavami tutto dalla mia colpa, dal mio
peccato rendimi puro.
Crea in me, o Dio, un cuore puro,
rinnova in me uno spirito saldo.
Non scacciarmi dalla tua presenza e
non privarmi del tuo santo spirito.
Rendimi la gioia della tua salvezza,
sostienimi con uno spirito generoso.
Insegnerò ai ribelli le tue vie e i
peccatori a te ritorneranno.
Orazione: Ascolta o Padre il grido del tuo
Figlio che, per stabilire la nuova ed eterna alleanza, si è fatto obbediente
fino alla morte di croce; fa’ che nelle prove della vita partecipiamo
intimamente alla sua passione
redentrice, per avere la fecondità del seme che muore ed essere accolti
come tua messe nel regno dei cieli.
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