lunedì 26 marzo 2012

Lectio da Citerna


V domenica di Quaresima - B
Liturgia della Parola: Ger 31,31-34; Sal 50; Eb 5,7-9; Gv 12,20-33

Contesto: il vangelo di questa quinta domenica di Quaresima ci porta a Gerusalemme alle soglie della Pasqua: ci troviamo all’interno del capitolo 12, Gesù è già stato a Betania, ricevendo in anticipo l’unzione per la sua sepoltura e ora si trova a Gerusalemme dopo esservi entrato acclamato dalla folla (Gv 12,12-25). Col capitolo 13 avrà inizio il racconto della passione, morte e risurrezione. Giovanni colloca qui in mezzo, tra l’ingresso a Gerusalemme e il compiersi della Pasqua, il testo che abbiamo appena ascoltato: ci possiamo chiedere: che significato ha questo testo collocato qui e che significato ha per noi nel nostro cammino quaresimale verso la Pasqua?

Testo: il testo inizia presentandoci dei greci - letteralmente degli ellenisti, cioè tutti coloro che non sono giudei, tutti gli altri - che si recano da Andrea e Filippo: i due discepoli hanno nomi greci e forse questo li rende più prossimi a questi uomini e alla loro ricerca di Gesù, ma soprattutto nel vangelo di Gv sono i due discepoli della settimana iniziale: in risposta al loro desiderio, “Maestro, dove abiti?”, hanno ricevuto da Gesù la parola “venite e vedrete” (Gv 1,35-51): è una parola che non spiega, non dà chiarimenti, ma apre un cammino di vita e di fede in Gesù: è stando con Gesù, andando con lui dove va lui (venite) che si potrà vedere (vedrete): vedere nel quarto vangelo è il verbo che esprime la conoscenza profonda, che viene da una relazione personale, resa possibile per la fede intesa come adesione personale; per conoscere Gesù è necessario credere in lui, aderire a lui, alla sua persona e alla sua parola in un cammino fatto dietro a lui, per scoprire che il cammino è lui stesso (io sono la via: Gv 14,6). Anche adesso alla domanda di questi greci Gesù non risponde direttamente facendosi vedere e trovare - la sezione in cui si trova il testo si chiude significativamente con Gesù che terminato il suo discorso “se ne andò e si nascose da loro”- ma consegna una parola che se accolta conduce dentro un cammino di fede che permette di “vedere” Gesù, cioè di accedere alla sua vita intima. Iniziamo a intuire che senso possa avere per Giovanni - e dunque anche per noi che entriamo nell’ultima settimana di quaresima, prima della domenica delle palme - collocare questo vangelo tra l’inizio della settimana che conduce Gesù alla Pasqua e l’inizio del racconto della Pasqua. L’unzione di Betania anticipa profeticamente la morte e sepoltura dei Gesù e l’ingresso a Gerusalemme dà inizio alla sua ferma e libera decisione di entrarvi: la parola che segue, il vangelo che abbiamo ascoltato, rivela la Pasqua che quei gesti hanno annunciato profeticamente e nello stesso tempo la annuncia interrogando la fede e la scelta di tutti, discepoli dell’inizio provenienti dal giudaismo, come Andrea e Filippo, e ellenisti che si avvicinano a Gesù dal paganesimo. Giovanni e la liturgia di questa ultima domenica di Quaresima aprono uno spazio di ascolto e accoglienza della parola della Pasqua perché ognuno possa decidersi per Gesù ed entrare con lui e dietro a lui nella Pasqua per fare con lui Pasqua.

Ascoltiamo questa parola: “è giunta l’ora che sia glorificato il figlio dell’uomo”. L’ora è l’espressione con cui il vangelo di Gv indica il mistero di passione, morte e risurrezione di Gesù. E la piccola parabola del seme rivela come lui la comprenda e viva: Gesù comprende sè stesso e la propria morte come il momento in cui il seme morendo porta molto frutto, perché lui è come il seme che non esiste per sè stesso, ma vive per il frutto che è destinato a portare. Gesù dunque non entra nella morte da solo e non vi resta solo, vi entra per fare frutto, per attirare tutti a sè. Chi si lascia attirare da Gesù dentro la sua morte può “vedere”, cioè accedere alla vita intima di Gesù: è il Figlio che dà la vita, la dà consegnandola al Padre e consegnandola a noi nel dono del suo Spirito e in questo modo ci fa figli del Padre, abitati dal suo stesso Spirito. Per Giovanni l’ora di Gesù, che qui è annunciata e che al capitolo 19 viene narrata, è la consegna che Gesù fa dello Spirito, che è la sua stessa vita, la vita di cui lui vive. Gesù muore consegnando lo Spirito, la sua vita, e chi accoglie la sua parola e decide di seguirlo fin dentro la sua morte, riceve in dono la sua vita il suo Spirito. Questo è il frutto che fa Gesù morendo e per questo non muore restando solo, ma attirando tutti a sè, discepoli della settimana iniziale e greci dell’ultima settimana.
L’ora della morte è dunque l’ora del frutto, della nostra nascita alla vita nuova dei figli (la vita eterna del v.25) ed è anche l’ora della sua gloria: Giovanni accumula immagini e significati che si richiamano e si approfondiscono: l’ora della morte è l’ora del seme che dà vita e fa frutto in tutti coloro che attira a sè, ma è anche l’ora della glorificazione del Figlio: è lì che Gesù è manifestato nella sua gloria di Figlio, rivelato Figlio: il Figlio è colui che tutto attende dal Padre e per questo entra nella morte con piena fiducia di ricevere la vita anche nella morte. Gesù entra nella morte da Figlio, avendo sulle labbra la preghiera del Figlio che ama e cerca il Padre: “Ora l’anima mia è turbata e cosa devo dire? Padre, salvami da quest’ora? Ma per questo sono giunto a quest’ora. Padre glorifica il tuo nome”. Giovanni traferisce qui la preghiera che nei sinottici troviamo nel’ora della lotta del Gestemani e le fa seguire, come in una risposta, la parola che viene dal cielo, dal Padre, che i sinottici collocano nell’episodio della trasfigurazione sul Tabor: “venne una voce dal cielo, l’ho glorificato e ancora lo glorificherò”. E’ una parola che viene per i presenti, a confermare che proprio nell’ora della morte si manifesta e rivela il Figlio del Padre.
E’ qui che si può vedere Gesù. Vedono Gesù coloro che accolgono la parola del seme che muore, una parola che trasforma il nostro sguardo sulla misura di quello del Figlio, per renderci capaci di vedere la morte di Gesù come la vede lui e rinoscere nel suo volto di innalzato sulla croce il volto del Figlio.
Vedono Gesù coloro che per la fede in questa parola entrano con lui nella sua ora e ricevendo in dono il frutto della sua morte, il dono dello Spirito, fanno Pasqua, iniziano cioè a vivere una vita da figli, capaci a loro volta di dare la propria vita così come la dà il Figlio: “chi ama la sua vita, se uno mi vuol servire, mi segua e dove sono io là sarà anche il mio servo”.

La parola di questa domenica incontra il nostro desiderio di vedere e conoscere Gesù e ci apre un cammino che ci conduce fin dentro la Pasqua. Ci chiede fede e disponibilità del cuore ad accoglierla, perché il frutto della Pasqua di Cristo in noi sia abbondante.

Per leggere la parola con la parola: Gv 1,35-51 (i primi discepoli); Gv 19,28-30 (l’ora di Gesù); Mt 16,21-28; 20,17-28 (primo e terzo annuncio della passione); Mt 26,36-46 (la preghiera al Gestemani); Mt 17, 1-8 (la trasfigurazione sul Tabor)

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dal salmo 50
Pietà di me o Dio, nel tuo amore; nella tua grande misericordia cancella la mia iniquità.
Lavami tutto dalla mia colpa, dal mio peccato rendimi puro.

Crea in me, o Dio, un cuore puro, rinnova in me uno spirito saldo.
Non scacciarmi dalla tua presenza e non privarmi del tuo santo spirito.

Rendimi la gioia della tua salvezza, sostienimi con uno spirito generoso.
Insegnerò ai ribelli le tue vie e i peccatori a te ritorneranno.

Orazione: Ascolta o Padre il grido del tuo Figlio che, per stabilire la nuova ed eterna alleanza, si è fatto obbediente fino alla morte di croce; fa’ che nelle prove della vita partecipiamo intimamente alla sua passione  redentrice, per avere la fecondità del seme che muore ed essere accolti come tua messe nel regno dei cieli.

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