VII DOMENICA
–TO-B-
Is
43,18-19.21-22.24b-25 Salmo 40 2 Cor 1,18-22 Mc 2,1-12
Il passo di Mc 2,1-12 che
racconta la guarigione da parte di Gesù di un paralitico è illuminato dalla
prima lettura tratta dal libro del profeta Isaia: il capitolo 43 fa parte di un
sezione dell’intera opera denominata “Libro della Consolazione di Israele”,
nome che deriva dai primi versetti che introducono il libro e che comprende i
capitoli da 40 a
55.
Il tema principale di questa
sezione è appunto la consolazione in contrasto con gli oracoli di giudizio e
minacciosi tipici dei capitoli precedenti: ricorrono i temi della liberazione,
del perdono, della fedeltà di Dio Padre, della restaurazione della pace, di una
nuova via preparata da Dio stesso per il suo popolo.
Di fronte ai peccati, alle
iniquità, all’abbandono e all’infedeltà del popolo Dio offre una nuova vita,
apre una strada, si mostra misericordioso, come Colui che dimentica le offese,
cancella i misfatti ricordando solo il suo amore fedele, la sua alleanza eterna
con il popolo “che ha plasmato”per sé e che deve celebrare le sue lodi.
In questo oracolo Dio promette di
far germogliare una nuova vita, di aprire una strada nel deserto, come simbolo
di desolazione e di luogo inospitale, e di immettere fiumi nella steppa cioè di
dare vita a realtà sterili, aride.
Possiamo allora considerare il
verbo “aprire”, nel suo ampio
significato di accoglienza fiduciosa, disposizione ad intraprendere un nuovo
cammino, dimenticare il passato per fare spazio ad una realtà nuova, come
chiave di lettura per avvicinarci al passo evangelico di questa domenica.
L’Evangelista Marco racconta la
guarigione di un paralitico, di un uomo quindi incapace di camminare, di
muoversi, paralizzato nel corpo: Gesù si trova a Cafarnao, probabilmente nella
casa di Pietro che era divenuta luogo di incontro e di ascolto della Parola.
Marco sottolinea la presenza di una grande folla davanti alla porta, come in
1,33, quindi sulla soglia, in procinto di entrare nella casa, in una relazione
familiare e personale con Gesù e i suoi discepoli: la folla, formata da un
gruppo di individui anonimi chiusi in sé e tra di loro, diventa un impedimento
per l’entrata del paralitico.
La necessità di uscirne per
presentarlo come persona davanti al Maestro Gesù spinge quattro persone a
sollevarlo, a scoperchiare il tetto e a fare una apertura per calarlo con la
sua barella nella casa: l’evangelista descrive dettagliatamente queste azioni
sottolineando il progressivo avvicinarsi dell’uomo a Gesù, il suo aprirsi ad
una nuova possibilità di vita.
La fede delle quattro persone,
vista e lodata implicitamente da Gesù stesso, permette al paralitico di
“camminare”verso il Signore, di presentarsi davanti a lui con la sua paralisi:
infatti chi segue Gesù è chiamato a “portare” quanti ancora sono paralizzati e
legati dal male, dal peccato, ad “aprire” una via per coloro che non hanno
ancora fatto esperienza della salvezza.
Le parole che il Signore rivolge
al paralitico ci sorprendono perché non si riferiscono direttamente alla sua
malattia fisica che lo costringe a rimanere immobile su una barella, ma
raggiungono il profondo del suo cuore per guarire quei peccati che lo tengono
legato: perdonare significa infatti sciogliere l’uomo da quei legami di male,
di chiusura, di egoismo…che lo allontanano da Dio e dai fratelli (Gesù nel v.5
lo chiama “Figlio” perché il suo perdono lo riporta alla originaria relazione
con il Padre dentro alla casa).
A partire dal v.6 entrano in
scena alcuni scribi “seduti”, quindi immobili come il paralitico e come
Levi nel v.14, che ragionavano tra sé e sé, facendo un monologo con se stessi
nel loro cuore e giudicando in segreto e non apertamente: la loro paralisi è
nel cuore.
Considerando le parole di Gesù
come una bestemmia, nel segreto del loro cuore è già concepito e formulato il
verdetto della condanna di Gesù stesso che verrà espresso solo quando il
sinedrio lo accuserà e ne decreterà la morte (Mc 14,64): gli scribi ignorano
che la vera bestemmia è la loro falsa immagine di Dio che non perdona, mentre
il Figlio ci mostrerà chi è Dio e si mostrerà come Dio proprio nell’atto di
dare la vita per i peccatori (Mc 15,39).
Così alla progressiva apertura
alla fede del paralitico si oppone la chiusura degli scribi.
Tuttavia anche il soliloquio più
recondito del cuore più chiuso è conosciuto da Gesù “nel suo spirito” (v.8):
egli allora lo manifesta non per umiliarci ma per guarirci nella verità e per
trasformarlo in dialogo.
Gesù pone delle domande per
favorire l’apertura del cuore degli scribi e dichiara il motivo dei suoi
miracoli: egli compie l’azione visibile (far camminare il paralitico) come
segno di quella invisibile, più difficile e profonda (perdonare i peccati).
Gesù riceve da Dio il potere di
perdonare i peccati “sulla terra”: grazie a lui, che facendosi peccato e
maledizione ci ha riscattati dalla schiavitù del male, possiamo già qui in
terra vivere liberi dal peccato, capaci di amare come lui ci ama.
Gesù allora apre una via di
salvezza, “una strada nel deserto”, “immette fiumi nella steppa”, offre con il
perdono la possibilità di una vita nuova: a ciascuno di noi, come al
paralitico, (“dico a te”v.11) ordina di alzarci, di risorgere, di camminare
liberi dai legami con il male e con il peccato.
Il paralitico è chiamato ad
alzarsi, a prendere la sua barella e ad andare a casa sua: la barella che lo
aveva portato fino a Gesù diviene ora il segno della sua guarigione, ora la può
portare lui non più disteso come un “morto” ma in piedi come “risorto”.
Il brano, iniziato con Gesù in
casa, termina con il paralitico che và verso la sua casa: ora è guarito, ha
aperto la sua vita al Signore, può iniziare il cammino dietro al Figlio che lo
porta alla casa del Padre.
Questa parola può illuminare il
nostro cammino quaresimale come impegno e disponibilità a lasciarci portare (e
a portare) davanti a Gesù con le nostre “paralisi” per permettere al “fiume”
della grazia di aprire una “strada nel deserto” della nostra vita, dell’umanità
intera perché germogli a lode di Dio.
“Il contadino quando si accinge a lavorare la terra, sceglie gli
strumenti più adatti e veste anche l’abito più acconcio al genere di lavoro.
Così Cristo, re dei cieli e vero agricoltore, venendo verso l’umanità devastata
dal peccato, prese un corpo umano e, portando la croce come strumento di
lavoro, dissodò l’anima arida e incolta, ne strappò via le spine e i rovi degli
spiriti malvagi, divelse il loglio del male e gettò al fuoco tutta la paglia dei
peccati.
La lavorò così con il legno della croce e piantò in lei il giardino
ameno dello Spirito.
Esso produce ogni
genere di frutti soavi e squisiti per Dio, che ne è il padrone”. San Macario, vescovo
PASSI
UTILI PER APPROFONDIRE : Mt 9,1-8; Lc 5,17-26; Is 54,1-10; 2 Cor
5,14-21, Rm 6,4-11
Salmo 40
Beato l’uomo che ha cura del
debole:
nel giorno della sventura il
Signore lo libera.
Il Signore veglierà su di lui,
lo farà vivere beato sulla terra,
non lo abbandonerà in preda ai
nemici.
Il Signore lo sosterrà sul letto
del dolore;
tu lo assisti quando giace
ammalato.
Io ho detto:”Pietà di me,
Signore,
guariscimi:contro di te ho
peccato”.
Per la mia integrità tu mi
sostieni
e mi fai stare alla tua presenza
per sempre.
Sia benedetto il Signore, Dio d’Israele,
da sempre e per sempre. Amen,
amen.
Orazione
O Dio della libertà e della pace,
che nel perdono dei peccati ci doni il segno della creazione nuova, fa’ che
tutta la nostra vita, riconciliata nel tuo amore, diventi lode e
annuncio della tua misericordia.
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