giovedì 3 maggio 2012

V Domenica di Pasqua


V Domenica di Pasqua
At 9,26-31; Sal 21; 1Gv 3,18-24; Gv 15 1-8

In questa domenica le letture ci invitano riflettere su una domanda: chi appartiene a Cristo? Tutte tre le letture ci insegnano chi è il cristiano, il discepolo. Ci dicono che il “praticare” non equivale ad essere “inserito nel corpo di Cristo”. “Credente” non è colui che si limita alle pratiche religiose: messa, sacramenti, preghiere, devozioni, ma chi, guardando e ascoltando Gesù, pratica la giustizia, la fraternità, la condivisione dei beni, l’ospitalità, la fedeltà, la sincerità, il rifiuto della violenza, il perdono dei nemici e l’impegno della pace. Infatti, si legge negli Atti degli Apostoli 10,35 “chiunque pratica la giustizia, a qualunque popolo appartenga, è accetto a Dio”. Ovunque germoglia l’amore, la gioia, la pace e il perdono, li’ è presente lo Spirito del Risorto e il brano evangelico di oggi ci dona la risposta giusta alla domanda iniziale.
Penso che su due punti dobbiamo diventare consapevoli davanti alla novità della Pasqua di Gesù. Il primo è che il Signore risorto ha mandato i suoi discepoli nel mondo per annunziare la buona notizia che Dio ha perdonato il loro peccato nel mistero della Pasqua di Suo Figlio prediletto. Tutti i discepoli, quindi, anche ognuno di noi, ha questa responsabilità di portare a compimento quest’annuncio kerigmatico e la missione di riconciliazione e perdono (Ef 2,15-16; Col 1,20-22;  2,13-14; 2Cor 5,18-20; Rm 5,10-11) presso i fratelli che hanno bisogno di accogliere questo Spirito che noi abbiamo ricevuto nel battesimo. Se noi non affrontiamo le realtà del peccato del mondo (quindi dove noi viviamo) con la forza di questo Spirito, il resto dell’umanità vivrà sempre nella realtà della morte. Il peccato quando si scontra con la forza di Dio, viene eliminato. I discepoli saranno responsabili se i fratelli rimarranno nelle tenebre del peccato.
Il secondo punto del quale dobbiamo essere convinti, è che siamo chiamati e scelti a celebrare le lodi del Signore non con quella semplice “adesione” a cui accennavo all’inizio ma, con il pieno coinvolgimento della propria vita. L’esilio babilonese fu per il popolo eletto un evento traumatico che scosse le fondamenta della sua fede stessa. Una sera, lungo i fiumi di Babilonia (Sal 136,1) alcuni deportati si recano dal profeta Ezechiele (anch’egli esule in terra straniera), per sottoporgli il loro angosciante quesito: “dove potremo ancora incontrare e pregare il Signore”? dato che il tempio è stato demolito e profanato dai nemici? In questa crisi di “pratica religiosa” vissuta dai deportati in Babilonia, nacque una nuova concezione di fede in Dio e compresero che non era il santuario materiale, il luogo in cui erano chiamati a celebrare le lodi del Signore ma la propria vita. A Babilonia nacque l’istituzione della sinagoga, il luogo dell’incontro di una comunità senza patria e senza tempio. La’ gli israeliti hanno cominciato a riunirsi non più per offrire a Dio sacrifici cruenti, ma per ascoltare la sua parola, per leggere e interpretare le Scritture Sante. Tornati in patria, recarono con se’ una delle scoperte più significative della storia delle religioni: consegnarono al mondo la religione della contemplazione delle meraviglie operate da Dio, dell’ascolto della sua Parola e della pratica della giustizia. La cattedrale in cui si celebra questa fede è la vita, la storia è il santuario in cui si loda il Signore. Gesù ha portato a compimento questa rivelazione.  Eredi della spiritualità germogliata a Babilonia e consacrata da Gesù, noi siamo i continuatori di questa meravigliosa esperienza spirituale che coinvolge tutto l’uomo. Per il dono della vita che Gesù ci ha fatto nella  Sua morte e risurrezione siamo diventati il nuovo Israele e attraverso la liturgia della Chiesa sopratutto l’Eucaristia e ascolto della Parola siamo chiamati a continuare quella meravigliosa esperienza spirituale che modella l’uomo e lo porta alla beatitudine di essere suoi discepoli (Lc 11,28). Obbedendo Gesù, rimarremo (Gv 15,4) davvero in lui e saremo suoi discepoli autentici e testimoni per vocazione.
Nella prima lettura l’autore degli Atti degli Apostoli, attraverso il comportamento di Paolo vuole lanciare un messaggio a coloro che oggi si dedicano con passione alla causa del Vangelo, ma si sentono poco capiti dalla loro comunità e devono forse affrontare incomprensioni e divergenze o forse sono tentati ad abbandonare tutto. Anche Paolo avrebbe avuto mille ragioni per seguire la propria strada. Malgrado avesse ricevuto una rivelazione davvero speciale, non si sentì autorizzato ad agire indipendentemente dai fratelli di fede, volle subito instaurare rapporti stretti con la comunità madre di Gerusalemme, presieduta da Pietro. Ha cercato fin dall’inizio l’unità con i fratelli di fede e anche in seguito, nessun contrasto riuscì mai ad allontanarlo dalla comunione ecclesiale.
Nella seconda lettura Giovanni ci dona una delle affermazioni più belle di tutta la Bibbia. Nel versetto che precede immediatamente il nostro testo egli introduce così il suo pensiero: “Se uno ha ricchezze di questo mondo e vedendo suo fratello in necessità gli chiude il proprio cuore, come dimora in lui l’amore di Dio?” (v 17) e conclude: “Figlioli, non amiamo a parole nè con la lingua, ma coi fatti e nella verità”  (v 18). Il segno della presenza dello Spirito di Cristo non sono le professioni di fede proclamate a parole, ma le opere concrete in favore dell’uomo. Chi non possiede lo Spirito di Dio non può fare opere d’amore e se le compie, è segno che è unito a Cristo e a Dio. Anche coloro che non hanno conosciuto Cristo, se amano, possono essere certi di avere in se’ la vita divina, perché “L’amore è da Dio e chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore” (1Gv 4, 7-8).
Io sono la vera vite” (Gv 15,1) è l’affermazione solenne con cui Gesù esordisce nell’insegnamento nel Vangelo di oggi. Per cogliere il significato di questa frase è necessario tenere presente che la vigna del Signore, cantata dai profeti, era Israele che era stata piantata sul terreno fertile di una collina, ma deluse il suo Dio e cominciò a produrre uva immangiabile (Is 5, 1-4). Il Signore se ne dolse: “Io ti avevo piantato come vigna eccellente, come mai ti sei trasformata in vigna bastarda?” (Ger 2,21). Nonostante la sua infedeltà non la ripudiò perché “i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili” (Rm 11, 21). Dal ceppo antico e sterile di questa vite fece germogliare un virgulto nuovo e genuino: Cristo, la vite vera. Gesù è vite e i discepoli, che ne costituiscono i tralci, sono parte di lui ed è da loro che il Signore si attende frutti deliziosi di giustizia, di rettitudine e di amore; per questo si comporta da giardiniere, da vignaiolo: li pota e li taglia (vv. 2-3). Potare e tagliare non sono immagini delle ritorsioni, ma delle premure di Dio nei confronti di ogni uomo e di ogni discepolo. Perché il fatto di essere inseriti in Cristo non mette nella condizione di produrre automaticamente frutti perciò la potatura è indispensabile. Poi i rami secchi non rappresentano gli individui che si comportano in modo poco edificante, perché le miserie, le infedeltà al Vangelo, le debolezze, i piccoli e i grandi peccati sono presenti anche nel migliore dei discepoli. Nessuno ne è immune, tutti abbiamo un costante bisogno di purificazione.
La Parola è la forbice che ci pota: “È più tagliente di una spada a doppio taglio, essa penetra fino alla divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolle e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore” (Eb 4,12). Non c’e` angolo oscuro o segreto del cuore che sfugga alla sua luce, non c’e` ombra di morte che essa non dissolva. Indica i rami che vanno eliminati e le foglie inutili che tolgono spazio e raggi di sole ai tralci produttivi, mostra quanto siano effimere le manifestazioni esteriori di religiosità cui non corrisponde un’autentica adesione a Cristo. La potatura essendo svolta dal Padre, anche se ci reca sofferenza, alla fine è sempre motivo di gioia; le mani di Dio feriscono solo per risanare (Gb 5,17). “E` per la vostra correzione che voi soffrite! Dio vi tratta come figli e quale il figlio che non è corretto dal padre?” (Eb 12,7).
L’espressione “Portare frutto” ben sette volte ricorre nel brano. Si può essere discepoli solo per nome oppure a parole come dice Gv : figlioli, non amiamo a parole ecc.
L’invito di Gesù è di dimorare in Lui – rimanere in Lui (menein). E` un verbo molto forte e importante (Gv 1,38) nel Vangelo di Gv che compare ben 40 volte, 11 in questo capitolo. Per capire meglio il verbo dimorare facciamo un esempio un po` banale: pensiamo di una ragazza innamorata … i genitori le vedano distratta e la chiedono: “ma tu dove sei? non sei mica qui a casa ! Qui sei con il corpo ma tu non sei qui, tu sei via … sei da un’altra parte”. Ecco che cosa significa dimorare in Lui, in Gesù: è l’intima relazione, condivisione dei suoi sogni, i suoi pensieri, i suoi valori, le sue scelte, le sue emozioni di fronte al povero. Significa piena sintonia con la sua vita, con il suo cuore, con la sua passione d’amore per l’uomo. 
A vantaggio di chi vengono prodotti i frutti? A gloria del Padre – risponde l’ultimo versetto del brano (v 8). La sua gloria consiste nella manifestazione e nell’effusione del suo amore sull’umanità. In vista di quest’opera i discepoli sono associati a Cristo, in perfetta unità, perché insieme con lui costituiscono l’unica vite. La vite non produce uva per se stessa, ma per gli altri. Il tralcio trova la propria realizzazione quando si sente vivo, quando vede spuntare i germogli, i fiori, le foglie e i dolci grappoli. Così il cristiano non produce opere d’amore per se stesso, per compiacersi della propria perfezione morale e nemmeno per ottenere un premio da Dio. Egli è come il Padre che sta nei cieli: ama senza aspettarsi nulla in cambio. La sua ricompensa è la gioia di vedere qualcuno felice, è verificare che l’amore di Dio si è manifestato attraverso lui. Nulla di più e nulla di meno: questa, infatti, è la gioia stessa di Dio che, quando avrà raggiunto la pienezza d’amore in tutti, sara’ il regno di Dio.

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