V
Domenica di Pasqua
At 9,26-31; Sal 21; 1Gv 3,18-24;
Gv 15 1-8
In questa domenica le letture ci invitano riflettere su
una domanda: chi appartiene a Cristo? Tutte tre le
letture ci insegnano chi è il cristiano, il discepolo. Ci dicono che il
“praticare” non equivale ad essere “inserito nel corpo di Cristo”. “Credente”
non è colui che si limita alle pratiche religiose: messa, sacramenti,
preghiere, devozioni, ma chi, guardando e ascoltando Gesù, pratica la
giustizia, la fraternità, la condivisione dei beni, l’ospitalità, la fedeltà,
la sincerità, il rifiuto della violenza, il perdono dei nemici e l’impegno
della pace. Infatti, si legge negli Atti degli Apostoli 10,35 “chiunque pratica
la giustizia, a qualunque popolo appartenga, è accetto a Dio”. Ovunque germoglia
l’amore, la gioia, la pace e il perdono, li’ è presente lo Spirito del Risorto
e il brano evangelico di oggi ci dona la risposta giusta alla domanda iniziale.
Penso che su due punti dobbiamo
diventare consapevoli davanti alla novità della Pasqua di Gesù. Il primo è che
il Signore risorto ha mandato i suoi discepoli nel mondo per annunziare la
buona notizia che Dio ha perdonato il loro peccato nel mistero della Pasqua di
Suo Figlio prediletto. Tutti i discepoli, quindi, anche ognuno di noi, ha questa
responsabilità di portare a compimento quest’annuncio kerigmatico e la
missione di riconciliazione e perdono (Ef 2,15-16; Col 1,20-22; 2,13-14; 2Cor 5,18-20; Rm 5,10-11) presso i
fratelli che hanno bisogno di accogliere questo Spirito che noi abbiamo ricevuto
nel battesimo. Se noi non affrontiamo le realtà del peccato del mondo (quindi
dove noi viviamo) con la forza di questo Spirito, il resto dell’umanità vivrà
sempre nella realtà della morte. Il peccato quando si scontra con la forza di
Dio, viene eliminato. I discepoli saranno responsabili se i fratelli rimarranno
nelle tenebre del peccato.
Il secondo punto del quale
dobbiamo essere convinti, è che siamo chiamati e scelti a celebrare le lodi del
Signore non con quella semplice “adesione” a cui accennavo all’inizio ma, con
il pieno coinvolgimento della propria vita. L’esilio babilonese fu per il
popolo eletto un evento traumatico che scosse le fondamenta della sua fede
stessa. Una sera, lungo i fiumi di Babilonia (Sal 136,1) alcuni
deportati si recano dal profeta Ezechiele (anch’egli esule in terra straniera),
per sottoporgli il loro angosciante quesito: “dove potremo ancora incontrare e
pregare il Signore”? dato che il tempio è stato demolito e profanato dai
nemici? In questa crisi di “pratica religiosa” vissuta dai deportati in
Babilonia, nacque una nuova concezione di fede in Dio e compresero che non era
il santuario materiale, il luogo in cui erano chiamati a celebrare le lodi del
Signore ma la propria vita. A Babilonia nacque l’istituzione della sinagoga, il
luogo dell’incontro di una comunità senza patria e senza tempio. La’ gli
israeliti hanno cominciato a riunirsi non più per offrire a Dio sacrifici
cruenti, ma per ascoltare la sua parola, per leggere e interpretare le
Scritture Sante. Tornati in patria, recarono con se’ una delle scoperte più
significative della storia delle religioni: consegnarono al mondo la religione
della contemplazione delle meraviglie operate da Dio, dell’ascolto della sua
Parola e della pratica della giustizia. La cattedrale in cui si celebra questa
fede è la vita, la storia è il santuario in cui si loda il Signore. Gesù ha
portato a compimento questa rivelazione.
Eredi della spiritualità germogliata a Babilonia e consacrata da Gesù, noi
siamo i continuatori di questa meravigliosa esperienza spirituale che coinvolge
tutto l’uomo. Per il dono della vita che Gesù ci ha fatto nella Sua morte e risurrezione siamo diventati il
nuovo Israele e attraverso la liturgia della Chiesa sopratutto l’Eucaristia e
ascolto della Parola siamo chiamati a continuare quella meravigliosa esperienza
spirituale che modella l’uomo e lo porta alla beatitudine di essere suoi discepoli
(Lc 11,28). Obbedendo Gesù, rimarremo (Gv 15,4) davvero in lui e saremo suoi
discepoli autentici e testimoni per vocazione.
Nella prima lettura l’autore degli Atti degli Apostoli,
attraverso il comportamento di Paolo vuole lanciare un messaggio a coloro che
oggi si dedicano con passione alla causa del Vangelo, ma si sentono poco capiti
dalla loro comunità e devono forse affrontare incomprensioni e divergenze o
forse sono tentati ad abbandonare tutto. Anche Paolo avrebbe avuto mille
ragioni per seguire la propria strada. Malgrado avesse ricevuto una rivelazione
davvero speciale, non si sentì autorizzato ad agire indipendentemente dai
fratelli di fede, volle subito instaurare rapporti stretti con la comunità
madre di Gerusalemme, presieduta da Pietro. Ha cercato fin dall’inizio l’unità
con i fratelli di fede e anche in seguito, nessun contrasto riuscì mai ad
allontanarlo dalla comunione ecclesiale.
Nella seconda lettura Giovanni ci dona una delle
affermazioni più belle di tutta la Bibbia. Nel versetto che precede immediatamente
il nostro testo egli introduce così il suo pensiero: “Se uno ha ricchezze di
questo mondo e vedendo suo fratello in necessità gli chiude il proprio cuore,
come dimora in lui l’amore di Dio?” (v 17) e conclude: “Figlioli, non amiamo a
parole nè con la lingua, ma coi fatti e nella verità” (v 18). Il segno della presenza dello Spirito
di Cristo non sono le professioni di fede proclamate a parole, ma le opere
concrete in favore dell’uomo. Chi non possiede lo Spirito di Dio non può fare
opere d’amore e se le compie, è segno che è unito a Cristo e a Dio. Anche
coloro che non hanno conosciuto Cristo, se amano, possono essere certi di avere
in se’ la vita divina, perché “L’amore è da Dio e chiunque ama è generato da
Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore” (1Gv
4, 7-8).
“Io sono la vera
vite” (Gv 15,1) è l’affermazione solenne con cui Gesù esordisce nell’insegnamento
nel Vangelo di oggi. Per cogliere il significato di questa frase è necessario
tenere presente che la vigna del Signore, cantata dai profeti, era Israele che
era stata piantata sul terreno fertile di una collina, ma deluse il suo Dio e
cominciò a produrre uva immangiabile (Is 5, 1-4). Il Signore se ne dolse: “Io
ti avevo piantato come vigna eccellente, come mai ti sei trasformata in vigna
bastarda?” (Ger 2,21). Nonostante la sua infedeltà non la ripudiò perché “i
doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili” (Rm 11, 21). Dal ceppo antico e
sterile di questa vite fece germogliare un virgulto nuovo e genuino: Cristo, la
vite vera. Gesù è vite e i discepoli, che ne costituiscono i tralci, sono
parte di lui ed è da loro che il Signore si attende frutti deliziosi di
giustizia, di rettitudine e di amore; per questo si comporta da giardiniere, da
vignaiolo: li pota e li taglia (vv. 2-3). Potare e tagliare non
sono immagini delle ritorsioni, ma delle premure di Dio nei confronti di
ogni uomo e di ogni discepolo. Perché il fatto di essere inseriti in Cristo non
mette nella condizione di produrre automaticamente frutti perciò la potatura è
indispensabile. Poi i rami secchi non rappresentano gli individui che si
comportano in modo poco edificante, perché le miserie, le infedeltà al
Vangelo, le debolezze, i piccoli e i grandi peccati sono presenti anche nel
migliore dei discepoli. Nessuno ne è immune, tutti abbiamo un costante bisogno
di purificazione.
La Parola è la forbice che
ci pota: “È più tagliente di una spada a doppio taglio, essa penetra fino alla
divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolle e scruta i
sentimenti e i pensieri del cuore” (Eb 4,12). Non c’e` angolo oscuro o segreto
del cuore che sfugga alla sua luce, non c’e` ombra di morte che essa non
dissolva. Indica i rami che vanno eliminati e le foglie inutili che tolgono
spazio e raggi di sole ai tralci produttivi, mostra quanto siano effimere le
manifestazioni esteriori di religiosità cui non corrisponde un’autentica
adesione a Cristo. La potatura essendo svolta dal Padre, anche se ci reca
sofferenza, alla fine è sempre motivo di gioia; le mani di Dio feriscono solo
per risanare (Gb 5,17). “E` per la vostra correzione che voi soffrite! Dio vi
tratta come figli e quale il figlio che non è corretto dal padre?” (Eb 12,7).
L’espressione “Portare frutto” ben sette volte ricorre nel
brano. Si può essere discepoli solo per nome oppure a parole come dice Gv :
figlioli, non amiamo a parole ecc.
L’invito di Gesù è di dimorare
in Lui – rimanere in Lui (menein). E` un
verbo molto forte e importante (Gv 1,38) nel Vangelo di Gv che compare ben 40
volte, 11 in
questo capitolo. Per capire meglio il verbo dimorare facciamo un esempio
un po` banale: pensiamo di una ragazza innamorata … i genitori le vedano
distratta e la chiedono: “ma tu dove sei? non sei mica qui a casa ! Qui sei con
il corpo ma tu non sei qui, tu sei via … sei da un’altra parte”. Ecco che cosa
significa dimorare in Lui, in Gesù: è l’intima relazione, condivisione dei suoi
sogni, i suoi pensieri, i suoi valori, le sue scelte, le sue emozioni di fronte
al povero. Significa piena sintonia con la sua vita, con il suo cuore, con la
sua passione d’amore per l’uomo.
A vantaggio di chi vengono
prodotti i frutti? A gloria del Padre – risponde l’ultimo versetto del brano (v
8). La sua gloria consiste nella manifestazione e nell’effusione del suo amore
sull’umanità. In vista di quest’opera i discepoli sono associati a Cristo, in
perfetta unità, perché insieme con lui costituiscono l’unica vite. La vite non
produce uva per se stessa, ma per gli altri. Il tralcio trova la propria
realizzazione quando si sente vivo, quando vede spuntare i germogli, i fiori,
le foglie e i dolci grappoli. Così il cristiano non produce opere d’amore per
se stesso, per compiacersi della propria perfezione morale e nemmeno per
ottenere un premio da Dio. Egli è come il Padre che sta nei cieli: ama senza
aspettarsi nulla in cambio. La sua ricompensa è la gioia di vedere qualcuno
felice, è verificare che l’amore di Dio si è manifestato attraverso lui. Nulla
di più e nulla di meno: questa, infatti, è la gioia stessa di Dio che, quando
avrà raggiunto la pienezza d’amore in tutti, sara’ il regno di Dio.
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