giovedì 29 marzo 2012

Lectio da Citerna



DOMENICA DELLE PALME.   Mc 14,1-15-47.  I Lettura: Is 50, 4-7.  II Lettura:  Fil 2,6-11.  ANNO B.  2012

La Liturgia della Domenica delle Palme apre la Settimana Santa nella quale siamo chiamati a rivivere con Gesù il mistero pasquale della sua passione, morte e resurrezione perché questo si realizzi in noi. Questa domenica ci fa rivivere in sintesi l’opera divina della redenzione che ci sarà presentata nel triduo pasquale.

Abbiamo due momenti distinti:
1° -la processione delle palme: anticipazione della glorificazione di Gesù che ha vinto la morte con la sua resurrezione. (Mc 11,1-10, o Gv 12,12-16).
2°-la proclamazione dell’Evangelo della passione e della morte (Mc 14,1-15,47).

Prendiamo in considerazione il secondo momento con alcune riflessioni tratte dal libro di Papa Benedetto XVI: “Gesù di Nazaret” (Vol 2°).

  “Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il Monte degli ulivi”.  Termina così l’ultima cena nella narrazione evangelica di Mt e Mc (Mt 26,30; Mc 14, 26). Gesù esce pregando con i suoi nella notte, che richiama la notte dell’uscita degli ebrei dall’Egitto, salvati dal sangue dell’agnello (cfr. Es 12).  Si pensa che Gesù abbia cantato i salmi dell’hallel (112-117 e 135) che sono il ringraziamento a Dio per la liberazione di Israele dall’Egitto e in cui si parla anche della pietra, scartata dai costruttori. I Salmi pregati sono ringraziamento per il passato, ma anche invocazione per affrontare il futuro nel buio di quella notte. Gesù prega in comunione con Israele: è l’unità dei due Testamenti. E’ lui stesso, Israele in modo nuovo, è la nuova Pasqua e la stessa liberazione.

Giunsero in un podere chiamato Getsèmani e Gesù disse ai suoi discepoli: “Sedetevi qui, mentre io prego” (Mc 14, 32).
In quel luogo c’erano una fattoria, un frantoio, e una caverna. Nel IV sec., racconta la pellegrina Egeria, c’era una chiesa, oggi Chiesa dell’Agonia, uno dei luoghi più venerati dell’umanità. Qui Gesù ha sperimentato l’ultima solitudine, l’abisso del peccato e di tutto il male che gli è penetrato nel più profondo dell’anima. Qui lo ha toccato lo sconvolgimento della morte imminente, qui il traditore lo ha baciato, tutti lo hanno abbandonato, qui ha lottato anche per me. In quel giardino Gesù ha accettato fino in fondo la volontà del Padre, l’ha fatta sua e così ha capovolto la storia.
 Dopo la preghiera dei Salmi sempre in cammino, Gesù applica a sé la profezia di Zaccaria, che aveva predetto che il pastore sarebbe “stato percosso, ucciso e le pecore sarebbero state disperse” (cfr. Zc 13,7; Mt 26, 31). E’ Gesù il pastore d’Israele e dell’umanità che prende su di sé l’ingiustizia e si lascia percuotere. E’ il “buon pastore che dà la vita per le sue pecore” (Gv 10,11). E’ l’ora della realizzazione della profezia di Zc. A questa profezia segue subito la promessa della salvezza: “Dopo che sarò risorto, vi precederò in Galilea” (Mc 14, 28). Gesù risorto è il pastore che attraverso la morte conduce sulla strada della vita.
La terza profezia è una modifica delle discussioni fatte con Pietro nell’ultima cena. Pietro vuole arrivare al successo senza la croce, perché confida nelle sue forze: è la tentazione continua dei cristiani e di tutta la chiesa. Gesù annuncia a Pietro la sua debolezza, il triplice rinnegamento.

LA PREGHIERA DI GESU’
Della preghiera sul monte degli ulivi abbiamo cinque relazioni (cfr Mt 26, 36-46;  Mc 14, 32-42;  Lc 22, 39-46;  Gv 12,27s; Eb 5, 7ss). Dopo la preghiera dei Salmi, Gesù prega da solo, come aveva già fatto tante notti. Lascia vicino a sé i tre che erano stati testimoni della sua Trasfigurazione: Pietro. Giacomo e Giovanni, che sopraffatti dal sonno saranno testimoni della sua lotta notturna. Racconta Marco che Gesù cominciò a “sentire paura e angoscia” e dice ai discepoli: “La mia anima è triste fino alla morte, restate qui e vegliate!” (14,33 ss). Appello alla vigilanza. La sonnolenza dei discepoli è lungo i secoli, l’occasione favorevole per il potere del male, è un intorpidimento dell’anima che non si lascia scuotere dal potere del male nel mondo, dall’ingiustizia e dalla sofferenza che devastano la terra; è un’insensibilità che si tranquillizza col pensiero che tutto, in fondo non è poi tanto grave…, è insensibilità per la vicinanza di Dio e per la potenza del maligno sul mondo. Dopo questa esortazione alla vigilanza, Gesù si allontana un po’ e inizia la preghiera vera e propria del monte degli ulivi e cade con la faccia a terra: è l’estrema sottomissione al Padre, il più radicale abbandono a Lui. Qui è presente tutto il dramma della nostra redenzione. Mc dice che pregava affinché  “se fosse possibile, passasse via da Lui quell’ora” (14, 35). “Abbà! Padre! Tutto è possibile a te: allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu” (14, 36).  Abbiamo qui l’esperienza primordiale della paura, lo sconvolgimento di fronte al potere della morte, lo spavento davanti al potere del nulla che lo fa tremare e “sudare gocce di sangue” (cfr Lc 22, 44). Giovanni parla di profondo turbamento. E’ lo sconvolgimento di Colui che è la Vita, di fronte a tutto quello che si oppone a Dio e che gli crolla direttamente addosso e che ora deve accogliere dentro di sé fino al punto di essere personalmente “fatto peccato” (2 Cor 5, 21). Proprio perché è il Figlio, sente profondamente l’orrore, tutta la sporcizia e la perfidia che deve bere in quel “calice”a lui destinato: tutto il potere del peccato e della morte. L’angoscia di Gesù è molto di più dell’angoscia di ogni uomo di fronte alla morte, è lo scontro tra la luce e le tenebre, tra vita e morte: il vero dramma della scelta che caratterizza la storia umana.

 LA VOLONTA’ DI GESU’ E LA VOLONTA’ DEL PADRE'
“Non la mia ma la tua volontà” è la preghiera di Gesù sul monte degli ulivi. Gesù riporta la volontà naturale dell’uomo dall’opposizione alla sinergia e ristabilisce l’uomo nella sua grandezza. Nell’umana volontà naturale di Gesù è, per così dire, presente tutta la resistenza della natura umana contro Dio. L’ostinazione di tutti noi, l’intera opposizione contro Dio sono presenti e Gesù, lottando, trascina la natura ricalcitrante in alto verso la sua vera essenza. “Abbà”, “Padre” ! (Mc 14, 36) è il linguaggio dei bambini verso il padre. Svela l’intimità del suo rapporto con Dio.

  PROCESSO A GESU’
Il movimento formatosi attorno a Gesù in un primo tempo non aveva suscitato grande interesse nelle autorità del tempio. In seguito, con l’ossequio messianico dell’entrata di Gesù a Gerusalemme e la profezia sulla distruzione del tempio, come ci riferisce Gv, si sono riuniti i capi dei sacerdoti e dei farisei, che dominavano al tempo di Gesù, preoccupati, perché “verranno i romani e ci toglieranno il -luogo - (tempio) e la nazione”, realtà politiche e religiose entrambe. In realtà il culto del tempio di pietra giungeva al suo termine per far posto all’adorazione di Dio “in spirito e verità”.
Gesù, davanti al sinedrio (composto di sacerdoti, anziani e scribi), interrogato da Caifa sommo sacerdote, era stato dichiarato colpevole di bestemmia, reato che comportava la pena di morte che non gli ebrei, ma i romani potevano infliggere.  Gesù allora fu trasferito davanti a Pilato, autorità politica, perché era dichiarato messia, (reato politico) e aveva preteso per sé la dignità regale anche se in modo particolare

Ricordiamo le domande fatte a Gesù da Caifa, secondo Mc: “Sei tu il Cristo, il Figlio del Benedetto?”  (=Dio). Gesù risponde: “Io lo sono e vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della potenza e venire sulle nubi del cielo” (Mc 14, 62).”  Per le autorità questa era una bestemmia e nel momento in cui Gesù si professa Figlio di Dio, Pietro afferma di non conoscere Gesù, “e subito un gallo cantò…” (Mc 14, 72).
Gv esprime chiaramente l’intreccio tra l’esecuzione della volontà di Dio e la cecità egoistica di Caifa: “Non vi rendete conto che è conveniente per voi che un solo uomo muoia per il popolo e non vada in rovina la nazione intera?” (Gv 11, 50). E ancora Gv dice: “Gesù doveva morire…non soltanto per la nazione, ma anche per riunire insieme  i figli di Dio che erano dispersi” (11, 52).
Alla domanda di Pilato, giudice romano: “Dunque tu sei re?” Gesù risponde: “Tu lo dici: io sono re: Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo, per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità ascolta la mia voce” (Gv 18, 37). Già prima aveva detto: “La mia regalità non è di questo mondo…il mio regno non è di quaggiù” (Gv 18,36).
Questa confessione di Gesù mette Pilato di fronte ad una strana situazione. L’accusato rivendicava regalità e regno, ma il regno di Gesù non è violento. E la verità?….Pilato, chiede: “Che cos’è la verità?” (Gv 18, 38). “Dare testimonianza alla verità” significa mettere in risalto Dio e la sua volontà di fronte agli interessi del mondo e alle sue potenze. Dio è la misura dell’essere. La verità è il vero “re” che dà a tutte le cose la loro luce e la loro grandezza. E’ chiaro che Pilato di fronte alla figura di Gesù, come rileva Giovanni, ebbe paura.  Prima voleva liberarlo, poi lo pone in alternativa a Barabba, poi lo fa flagellare, incoronare di spine, lo presenta alla folla, dicendo: “Ecco il vostro re!” (Gv 19, 14). Infine pronunzia la sentenza di morte

 Chi furono gli accusatori? Giovanni dice: gli ebrei, ma questo termine in Gv significa l’aristocrazia del tempio. Mc parla di una quantità di gente: “la massa”. In realtà si trattava del gruppo dei sostenitori di Barabba, mobilitati per l’amnistia, che, come rivoltoso contro i romani poteva contare su un certo numero di partecipanti.
Secondo Mt, tutto il popolo avrebbe detto: “Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli” (27, 25). Il cristiano ricorda che il sangue di Gesù parla un’altra lingua rispetto a quella di Abele (cfr Eb 12, 24): non chiede vendetta né punizione, ma è riconciliazione; non è versato contro qualcuno, ma è versato per la salvezza di tutti. Tutti noi abbiamo bisogno della forza purificatrice dell’amore e tale è il suo sangue. Non è maledizione ma redenzione e salvezza.

LA CROCEFISSIONE E LA DEPOSIZIONE DI GESU’ NEL SEPOLCRO

Tutti e quattro gli evangelisti ci parlano delle sofferenze e della morte di Gesù sulla croce. Nessuno si era aspettato una fine in croce del Messia. Fino a quel momento erano state ignorate le parole della Sacra Scrittura? In un primo tempo erano incomprensibili, ma questi eventi hanno condotto a una nuova comprensione delle Scritture (cfr Sl 21 e Is 53).

“Padre perdona loro, perché non sanno quello che fanno” (Lc 23, 34). E’ la prima parola di Gesù sulla croce. Quello che aveva predicato nel discorso della montagna lo compie sulla croce. È beffeggiato e deriso dai passanti, dai membri del sinedrio e dai malfattori crocifissi con lui, uno dei quali si accorge che quest’uomo rende visibile il volto di Dio. Lo prega così: “Gesù, ricordati di me quando sarai nel tuo regno” (Lc 23, 42). Egli ottiene subito la risposta: “Oggi sarai con me in paradiso” (Lc 23, 43). Gesù dalla croce che è il suo trono, dal luogo dell’estremo dono di sé, domina da vero re e attira a sé il mondo. All’ora nona, Gesù esclamò a gran voce:  “Dio  mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mt 27, 46; Mc 15, 34). Sono le parole d’inizio del Salmo 21. Gesù muore pregando, ma quelle parole sono anche il grido del mondo tormentato dall’assenza di Dio.    
Sotto la croce, i soldati si dividono le vesti (cfr Sal 21,19 e Gv 19,24), la tunica, invece, tessuta tutta di un pezzo è tirata a sorte (cfr Gv 19, 23s). I Padri dicono che è un’immagine dell’unità indistruttibile della chiesa.
Gesù sulla croce, al culmine della passione, nel sole rovente di mezzogiorno, gridò: Ho sete” (Gv 19,28). Gli venne offerto il vino acidulo diffuso tra i poveri qualificato anche come aceto, considerato bevanda dissetante. Questo richiama il Salmo 68,22: “Quando avevo sete mi hanno dato aceto”.”Ho sete”. Questo grido di Gesù è rivolto a ciascuno di noi: Gesù ha sete di te.
 Gv racconta che presso la croce di Gesù stavano delle donne: “Sua Madre e la sorella di sua Madre…(19,25). Gesù allora, vedendo sua Madre e la sorella di sua Madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla Madre: -Donna, ecco tuo Figlio!  – poi disse al discepolo: -Ecco tua Madre! – e da quell’ora il discepolo la accolse con sè” (Gv 19, 26 s).   Gesù non lascia sola sua Madre, ma la affida al discepolo a lui molto vicino e nel Figlio affida alla Madre tutta l’umanità.
Secondo gli evangelisti, Gesù muore all’ora nona, alle tre del pomeriggio. La sua ultima preghiera, secondo Lc era tratta dal Salmo 30. “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito” (Lc 23,46; Sal 30,6) e secondo Gv: ”Tutto è compiuto!” (19,30). Gesù ha realizzato la totalità dell’amore, ha dato tutto se stesso.

La morte di Gesù è vista dai sinottici come un evento cosmico e liturgico: il sole si oscura, il velo del tempio si squarcia in due, la terra trema, i morti risorgono. Il centurione riconosce Gesù come “Figlio di Dio” (Mc 15, 39).
Ai due briganti che sono accanto a Gesù sono spezzate le gambe, a Lui, vedendo che era già morto, uno dei soldati trafigge il cuore” e subito ne uscirono sangue e acqua” (Gv 19,34).
E’ l’ora in cui sono immolati gli agnelli pasquali. Per essi vige la prescrizione secondo la quale non dev’essere spezzato alcun osso (cfr Es 12,46). Gesù qui è il vero Agnello pasquale. Di Gesù, Gv Battista aveva detto: “Ecco l’Agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!” (Gv 1,29). A sua volta il Salmo 33 (v.21) profetizzava: “Il Signore custodisce tutte le sue ossa, neppure uno sarà spezzato”.
Sangue e acqua uscirono dal cuore trafitto di Gesù e i Padri hanno visto in questo duplice flusso un’immagine dei due sacramenti fondamentali -l’Eucaristia e il Battesimo -: è l’origine, la nascita della Chiesa. Un altro passo della Scrittura dice ancora: “Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto” (Gv 19,37).

Dopo questi avvenimenti, Gesù è deposto nel sepolcro in attesa della sua resurrezione. La passione, infatti, acquista il suo vero significato soltanto nella resurrezione.
        Dalla croce viene incontro agli uomini una vita nuova. Sulla croce Gesù diventa fonte di vita per sé e per tutti. Sulla croce la morte viene vinta. Gesù profeta e Figlio di Dio è il risorto, il Vivente per sempre.

SALMO RESPONSORIALE 21 (22)
 Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?
Si fanno beffe di me quelli che mi vedono,
 - storcono le labbra, scuotono il capo.
                                                                                “si rivolga al Signore; lui lo liberi,
                                                                                 lo porti in salvo se davvero lo ama!
 Un branco di cani mi circonda,
- mi accerchia una banda di malfattori;
                                                                                 hanno scavato le mie mani e i miei piedi.-.
                                                                                 posso contare tutte le mie ossa.
Si dividono le mie vesti,
sulla mia tunica gettano la sorte.
                                                                                 Ma tu Signore non stare lontano, .
                                                                                mia forza vieni presto in mio aiuto
 Annuncerò il tuo nome ai miei fratelli,
 ti loderò in mezzo all’assemblea.
                                                                                Lodate il Signore voi suoi fedeli,
                                                                        gli dia gloria tutta la discendenza di Giacobbe,
lo tema tutta la discendenza di Israele.               Gloria…

 PREGHIAMO      Dio onnipotente ed eterno che hai dato agli uomini il Cristo tuo Figlio, nostro Salvatore, che si è fatto uomo e umiliato fino alla morte di croce, fa che abbiamo sempre presente il grande insegnamento della sua passione, per partecipare alla gloria della resurrezione. Egli è Dio e vive e regna nei secoli dei secoli. AMEN   


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