venerdì 13 gennaio 2012

Lectio da Citerna.


2 DOMENICA TEMPO ORDINARIO

 “ Giovanni testimoniò dicendo:” Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse:”Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo”. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio”.( Gv 1,32-34)

Il giorno dopo Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse:”Ecco l’agnello di Dio!”. E i suoi discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: “Che cosa cercate?”, Gli risposero: “Rabbì – che, tradotto, significa Maestro -, dove dimori?”.Disse loro: “Venite e vedrete”. Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio. Uno dei due che avevano udito le parole di Giovanni e lo avevano seguito, era Andrea, fratello di Simon Pietro. Egli incontrò per primo suo fratello Simone e gli disse: “Abbiamo trovato il Messia” – che si traduce Cristo – e lo condusse da Gesù. Fissando lo sguardo su di lui, Gesù disse: “Tu sei Simone, il figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa” – che significa Pietro. (Gv 1,35-42).

Il giorno dopo Gesù volle partire per la Galilea; trovò Filippo e gli disse: “Séguimi”!. Filippo era di Betsàida, la città di Andrea e di Pietro. Filippo trovò Natanaele e gli disse: “Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè, nella Legge, e i Profeti: Gesù, il figlio di Giuseppe, di Nàzaret”. Natanaele gli disse: “Da Nàzaret può venire qualcosa di buono?”. Filippo gli rispose: “Vieni e vedi”. Gesù intanto, visto Natanaele che gli veniva incontro, disse di lui: “Ecco davvero un Israelita in cui non c’è falsità”. Natanaele gli domandò: “Come mi conosci?”. Gli rispose Gesù: “Prima che Filippo ti chiamasse, io ti ho visto quando eri sotto l’albero di fichi”. Gli replicò Natanaele: “Rabbì, tu sei il Figlio di Dio, tu sei il re d’Israele!”, Gli rispose Gesù: “Perché ti ho detto che ti ho visto sotto l’albero di fichi, tu credi? Vedrai cose più grandi di queste!”. Poi gli disse: “In verità, in verità io vi dico: vedrete il cielo aperto e gli angeli di Dio salire e scendere sopra il Figlio dell’uomo”.(Gv 1,43-51)

Durante le domeniche ordinarie di questo anno B saremo invitati a leggere il vangelo di Marco, nel quale potremo conoscere non solo i fatti della vita di Gesù, ma anche l’esperienza di coloro che lo seguirono.
Questa seconda domenica ci presenta, attraverso il vangelo di Giovanni, le prime tappe della vita pubblica di Gesù mediante episodi che contengono, una profonda teologia. Infatti negli scritti giovannei viene usato un particolare linguaggio rispetto a quello che troviamo nei sinottici, un linguaggio ricco e nello stesso tempo concentrato su poche parole ricche di significato e che avranno, lungo tutto il suo vangelo, uno sviluppo fino a giungere alla piena rivelazione del Figlio di Dio.
La lettura che abbiamo fatto del vangelo di Giovanni, oltre il brano odierno (Gv 1,35-42) comprende alcuni versetti che precedono e altri che seguono la pericope di questa domenica. Questa unità ci permette di avere una più completa visione dell’ inizio della vita pubblica di Gesù.
Giovanni Battista non ignorava le profezie che descrivevano il messia pieno di Spirito (Is 11,1-3; 42,1; 61,1; 32,15; 44,3; 59,21; Ez 11,19; 36,25-29; 39,29 ); per cui il segno promessogli: “Colui sul quale vedrai…” doveva dargli la certezza della realizzazione esatta di queste scritture. Al battesimo di Cristo, Giovanni Battista ha dunque visto realizzarsi il “segno”. Ha riconosciuto il messia, che egli annunciava senza conoscerlo, quando lo Spirito è disceso e si è fermato su Gesù. Il verbo “rimanere”, tipico di Giovanni, sottolinea la permanenza, il carattere definitivo del dono divino. A questo punto Giovanni Battista diviene il testimone. La nozione giovannea di testimonianza, da parte di un uomo, implica anzitutto che si parli di ciò che si è visto, udito o toccato, di ciò che si è conosciuto per esperienza, personalmente. Secondo un tema proprio di Giovanni il vedere, inteso come esperienza,conoscenza profonda di una persona, conduce alla fede ( Gv 2,23¸4,48¸6,30.36.40¸11,45¸14,7¸20,8.29s.) la quale fede, sempre nella teologia giovannea, non è semplicemente un’attività intellettiva, ma comporta una totale adesione di tutto l’essere alla persona alla quale si crede . Questi concetti fondamentali che emergono dai versetti ora esaminati, illuminano il brano del vangelo di questa domenica.
Inizia così la testimonianza di Giovanni Battista: egli ha udito l’affermazione del Padre (v.33), ha visto lo Spirito discendere e rimanere su Gesù (v.32), ora può affermare che “questi è il Figlio di Dio”(v.34). Questa testimonianza viene subito accolta dai suoi discepoli con una risposta immediata. Il verbo  “seguire” è uno dei termini a cui Giovanni conferisce un significato molto ampio: “farsi discepolo, unirsi a un maestro e dottore”. Ora i due uomini camminano dietro a Gesù appunto per prendere contatto con lui e “ abitare con lui”. Questo inizio impegna già la loro donazione definitiva: essi passano dal precursore al messia.  “Che cercate?” Queste prime parole che Gesù pronuncia nel quarto vangelo, sono la prima e fondamentale domanda che è rivolta a ogni uomo che intende seguire Cristo. Gesù con la semplice domanda scava nel cuore degli uomini, fa appello al loro ( al nostro) desiderio profondo, lo fa emergere perché ne consegua una decisione che coinvolga in modo definitivo il vivere di ciascuno.
I due discepoli chiedono al Maestro:”Dove abiti?”. L’interrogazione ha un ricco senso teologico riguardante la vita, la persona di Cristo e il suo mistero. E’ importante sapere dove sta ( rimane) Gesù per stare ( rimanere ) con lui. Al di là del desiderio di conoscenza intellettuale, i discepoli non desiderano conoscere “qualcosa”, ma “qualcuno”; desiderano essere alla scuola di vita del Maestro per apprendere di persona un modo che dia senso al loro vivere.
Mi sembra importante soffermarci su di un verbo, (una parola-chiave del vocabolario giovanneo): il verbo rimanere;( lo abbiamo già incontrato diverse volte nel corso dei versetti esaminati) Giovanni se ne serve per significare la partecipazione ad una presenza spirituale, una comunione di ordine superiore, una unione mistica. Quindi qui Giovanni avvia uno dei principali temi della sua teologia. L’incontro concreto dei discepoli con Gesù inaugura una presenza continua, una comunione durevole è ciò che risponde al loro desiderio nel cercare la sua presenza, la sua persona.
Come detto , questa è una delle parole-chiave del quarto vangelo; con ciò si intende il ricorrere frequente del termine (40 volte nel vangelo,27 volte nelle lettere giovannee ), ma non solo, c’è nel corso del quarto vangelo un sempre maggiore approfondimento di significato delle parole e dei concetti ad esse sottesi. Abbiamo visto che lo Spirito rimane su Gesù (v.34),stabilizza cioè la sua presenza rendendola permanente sicchè Gesù stesso diviene il luogo, la sede dello Spirito. Di conseguenza la decisione dei discepoli di rimanere con Gesù, trova la sua motivazione nell’avere appreso da Giovanni Battista che Gesù è portatore dello Spirito. Ora quindi i discepoli rimanendo presso, con Gesù si trovano all’inizio del loro seguire il maestro.
Gli altri passi principali in cui troviamo il verbo rimanere sono:
Gv 6,27.56: ”….chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui”
Gv 8,31: “ ..se rimanete nella mia parola , siete davvero miei discepoli”.
Gv 14,17: “ Lo Spirito della verità…voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi”
Gv 15,4-7:”…Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto perché senza di me non potete fare nulla” (v.5)
Vi è dunque un crescendo di unione, sempre più sicura e stabile, di cui la sequela degli inizi e il rimanere presso Gesù è il preludio indispensabile: Il desiderio da parte del discepolo e l’esplicito invito di Gesù a seguirlo, costituiscono perciò l’inizio di un cammino che porta a un’intimità definitiva e stabile.
Le altre parole importanti: venire, vedere, trovare, testimoniare, seguire, sono anch’esse parole-chiave, parole con le quali, l’evangelista vuol dirci tutta la portata della sua personale esperienza fatta rimanendo in unità di vita con il suo Maestro perché anche noi possiamo farne motivo fondamentale del nostro vivere divenendo, a nostra volta, testimoni ed annunciare ai fratelli “Abbiamo trovato Gesù”.

Dal salmo 29   Ecco, Signore, io vengo per fare la tua volontà.
1.Ho sperato, ho sperato nel Signore,                                  2. Sacrificio e offerta non gradisci,
ed egli su di me si è chinato,                                                gli orecchi mi hai aperto,
ha dato ascolto al mio grido.                                                non hai chiesto olocausto né sacrificio per il peccato.
Mi ha messo sulla bocca un canto nuovo,                           Allora ho detto: «Ecco, io vengo».
una lode al nostro Dio.
3.«Nel rotolo del libro su di me è scritto
di fare la tua volontà:
mio Dio, questo io desidero;
la tua legge è nel mio intimo».
Ho annunciato la tua giustizia
nella grande assemblea;
vedi: non tengo chiuse le labbra,
Signore, tu lo sai.

Preghiamo: O Dio, che riveli i segni della tua presenza nella Chiesa, nella liturgia e nei fratelli, fa’ che non lasciamo cadere a vuoto nessuna tua parola, per riconoscere il tuo progetto di salvezza e divenire apostoli e profeti del tuo regno.

“O verità, rispondimi te ne scongiuro. Rabbì, dove abiti? “Vieni disse, e vedrai. Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me?”. Ti siano rese grazie, Signore, perché non poco abbiamo progredito: abbiamo trovato la tua dimora. Il Padre tuo è la tua dimora, e tu sei la dimora del Padre. A partire da questo luogo  tu sei localizzabile. Ma questa tua è una localizzazione ben più alta, ben più segreta di qualunque assenza di localizzazione. Questa localizzazione consiste nell’unità del Padre e del Figlio, nella consustanzialità della Trinità”.  (Guglielmo di Saint-Thierry).

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