venerdì 18 novembre 2011

Da Citerna per la solennità di Cristo Re.

20 NOVEMBRE 2011

SOLENNITA’ DI CRISTO RE A

Ez 34,11-12.15-17 Salmo 22 1 Cor 15,20-26a.28 Mt 25,31-46

Le letture bibliche della liturgia di Cristo Re hanno lo scopo non tanto di dirci che Gesù è re, ma di farci comprendere la natura inattesa e sconvolgente della sua regalità. Gesù è re, ma la sua regalità è diversa da quella del mondo.

Nella prima lettura, Ezechiele (34,11-17), deluso dai pastori d'Israele (re, sacerdoti e maestri) che pensano a se stessi anziché al gregge, sogna un pastore diverso: un pastore che non «disperde», ma «raduna»; conduce al pascolo le sue pecore e le fa riposare; va in cerca della pecora smarrita e fascia quella ferita.

Sono tutti tratti che ritroviamo nei Vangeli, applicati a Gesù. Il re Messia è un re per gli altri: la sua regalità è dono di sé e servizio, non dominio. Predilige i poveri e i deboli, non i forti.

Ma è il passo evangelico (Mt 25,31-46) che maggiormente ci svela il lato più sorprendente della regalità di Gesù.

La parabola del giudizio (Mt 25,31-36) è una pagina che si impone all'attenzione non solo per la forza del suo messaggio, ma anche per la suggestione della sua scenografia.

Tre sono le sue parti:

- l'introduzione scenica che presenta la venuta gloriosa del Figlio dell'uomo, la convocazione dei popoli e la loro separazione (25,31-33);

- il dialogo del re distribuito in due dittici, prima con quelli di destra e poi con quelli di sinistra (25,34-45);

- infine la conclusione, che descrive l'esecuzione delle sentenze (25,46).

Il giudice è chiamato “Figlio dell'uomo”(v.31) e “re”(v.34) e gli interlocutori lo riconoscono come “Signore”(vv.37 e 44). La presentazione è, dunque, solenne e gloriosa, ma a nessuno può sfuggire che questo re è Gesù di Nazareth, colui che fu perseguitato e crocifisso, rifiutato, e che nella sua vita condivise in tutto la debolezza della condizione umana: la fame, la nudità, la solitudine, il rifiuto.

Vengono chiamati a raccolta tutti i popoli, non solo i cristiani, bensì l’umanità intera. Il pastore separa i capri dalle pecore. Qui è utile ricordare un’usanza fatta dai pastori al tempo di Gesù che pascolavano greggi misti che alla sera venivano separati. Il giudizio è una separazione che è compiuta sulla base dell’amore e non per altre motivazioni (ovvero distinzioni in base alla razza e nazionalità).

Arriviamo così al dialogo del re-pastore che è la parte più ampia dove notiamo l'insistenza che cade su quelle che sono diventate poi le opere di misericordia (l’avete fatto o non l’avete fatto), che vengono enumerate quattro volte. Il giudizio finale rivela le azioni compiute: lo scriviamo noi già ora con le nostre azioni! Il povero sarà la nostra salvezza!

In entrambi i casi i giudicati sono sorpresi dal giudizio: Quando mai..? Gesù si nasconde nel povero, nel bisognoso perché anche noi accogliendoli, esprimiamo la nostra vigilanza nel suo venire nella storia e nella nostra vita.

C’è una totale identificazione tra Gesù e i miei fratelli più piccoli, così come è stato nella sua vita terrena. Tutta la legge trova il suo compimento nell’amare Dio e il prossimo con lo stesso atto d’amore: “Chi non ama il proprio fratello che vede non può amare Dio che non vede”(1Gv 4,20): tanto più sono fratello tanto più divento figlio, benedetto dal Padre.

C’è anche un’altra interpretazione riguardo all’identificazione dei miei fratelli più piccoli. In altri contesti i “fratelli” di Gesù sono gli apostoli (Mt 28,10), coloro che fanno la volontà del Padre (Mt 12,48-50). I “piccoli” altrove sono i missionari del Vangelo (Mt 10,42); nel cap.18 designano i credenti semplici.

La conclusione della parabola è ammonimento per noi oggi: scegliere la vita, cioè amare, ci consente di fare l’esperienza della beatitudine, del regno: “noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita perché amiamo i fratelli. Chi non ama rimane nella morte” (1Gv 3,14).

Così si compie il percorso iniziato con la trentaduesima settimana che ha portato la nostra attenzione in primo luogo sul problema della storia nella quale il credente deve vivere preparandosi alla lunga attesa del ritorno del Signore e del giudizio differito (cf. parabola delle vergini sagge e stolte).

In secondo luogo sul riscoprire il valore della vita come dono che Dio ci ha fatto perché sia messo a frutto. Da questi temi l'attenzione sul coltivare il desiderio come atteggiamento che consente di vivere l'attesa, superando le tensioni che in essa si creano fra desiderio e realizzazione, fervore e tiepidezza, fedeltà nel presente e memoria del futuro. Ma il coltivare il desiderio non può che rimandare alla vita concreta, l'unico luogo in cui il desiderio può essere coltivato, esortando a viverla con intensità nell'impegno, creatività e fedeltà. Rimaneva ancora inevasa la domanda «come?». Cioè, cosa significa essere fedeli al Signore e al suo Vangelo e insieme creativi? Che cosa significa impegnarsi per il Regno? Che cosa bisogna fare per essere pronti all'incontro? Il capitolo venticinque di Matteo fa seguire alla parabola dei talenti il racconto del giudizio.

Celebrare Cristo re impone di prendere seriamente questo giudizio. Le cose ultime, compimento di quelle presenti, danno senso al tempo della storia.

Passi biblici utili: Dn 7,13-14; Sap 5; Lc 16,19-31; Mt 7,12-14; 1 Cor 3,10-17; 1 Cor 13,1-13; Gc 2,1-13.

Preghiamo il salmo 22

Il Signore è il mio pastore:

non manco di nulla.

Su pascoli erbosi mi fa riposare.

Ad acque tranquille mi conduce.

Rinfranca l’anima mia,

mi guida per il giusto cammino

a motivo del suo nome.

Davanti a me tu prepari una mensa

sotto gli occhi dei miei nemici.

Ungi di olio il mio capo;

il mio calice trabocca.

Sì, bontà e fedeltà mi saranno compagne

tutti i giorni della mia vita,

abiterò ancora nella casa del Signore

per lunghi giorni.

Preghiamo

O Padre, che hai posto il tuo Figlio come unico re e pastore di tutti gli uomini, per costruire nelle tormentate vicende della storia il tuo regno d’amore, alimenta in noi la certezza di fede, che un giorno, annientato anche l’ultimo nemico, la morte, egli ti consegnerà l’opera della sua redenzione, perché tu sia tutto in tutti. Egli è Dio, e vive e regna con te...

«Alla sera della vita, saremo giudicati sull' amore»

(San Giovanni della Croce, Parole di luce e di amore, l, 57).

Dall’Enciclica “Spe Salvi”

47. Alcuni teologi recenti sono dell'avviso che il fuoco che brucia e insieme salva sia Cristo stesso, il Giudice e Salvatore. L'incontro con Lui è l'atto decisivo del Giudizio. Davanti al suo sguardo si fonde ogni falsità. È l'incontro con Lui che, bruciandoci, ci trasforma e ci libera per farci diventare veramente noi stessi. Le cose edificate durante la vita possono allora rivelarsi paglia secca, vuota millanteria e crollare. Ma nel dolore di questo incontro, in cui l'impuro ed il malsano del nostro essere si rendono a noi evidenti, sta la salvezza. Il suo sguardo, il tocco del suo cuore ci risana mediante una trasformazione certamente dolorosa « come attraverso il fuoco ». È, tuttavia, un dolore beato, in cui il potere santo del suo amore ci penetra come fiamma, consentendoci alla fine di essere totalmente noi stessi e con ciò totalmente di Dio. Così si rende evidente anche la compenetrazione di giustizia e grazia: il nostro modo di vivere non è irrilevante, ma la nostra sporcizia non ci macchia eternamente, se almeno siamo rimasti protesi verso Cristo, verso la verità e verso l'amore. In fin dei conti, questa sporcizia è già stata bruciata nella Passione di Cristo. Nel momento del Giudizio sperimentiamo ed accogliamo questo prevalere del suo amore su tutto il male nel mondo ed in noi. Il dolore dell'amore diventa la nostra salvezza e la nostra gioia. È chiaro che la « durata » di questo bruciare che trasforma non la possiamo calcolare con le misure cronometriche di questo mondo. Il « momento » trasformatore di questo incontro sfugge al cronometraggio terreno – è tempo del cuore, tempo del « passaggio » alla comunione con Dio nel Corpo di Cristo . Il Giudizio di Dio è speranza sia perché è giustizia, sia perché è grazia. Se fosse soltanto grazia che rende irrilevante tutto ciò che è terreno, Dio resterebbe a noi debitore della risposta alla domanda circa la giustizia – domanda per noi decisiva davanti alla storia e a Dio stesso. Se fosse pura giustizia, potrebbe essere alla fine per tutti noi solo motivo di paura. L'incarnazione di Dio in Cristo ha collegato talmente l'uno con l'altra – giudizio e grazia – che la giustizia viene stabilita con fermezza: tutti noi attendiamo alla nostra salvezza « con timore e tremore » (Fil 2,12). Ciononostante la grazia consente a noi tutti di sperare e di andare pieni di fiducia incontro al Giudice che conosciamo come nostro « avvocato », parakletos (cfr 1 Gv 2,1).

Per la Solennità di Cristo Re

e un passo dell'enciclica Spe Salvi di Papa Benedetto XVI.
Buona giornata.
le sorelle benedettine

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